STUDIO CLINICO DI PSICOTERAPIA E SESSUOLOGIA
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Studio Clinico di Psicoterapia Analitica e Sessuologia telefono n° 0648913260 iscrizione Albo Professionale n°4869 abilitato alla Psicoterapia codice Ateco 86.90.30
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Articolo sul quotidiano di-roma

 

Ripubblicato con licenza dell'editore su Linkedin dicembre 2018 

Schizofrenia, il bambino nascosto in uno Scarabocchio, la protezione del Caos. articolo di Danilo Moncada Zarbo psicoterapeuta

 

Schizofrenia - Il bambino nascosto in uno scarabocchio, la protezione del caos 


 
Schizofrenia - Il bambino nascosto in uno scarabocchio, la protezione del caos
 

Un ragazzo di 17 anni, chiuso in se stesso, un caso difficile di schizofrenia con un cervello violentato dall'elettroshock, spento in alcune sue aree come questo trattamento fa di norma. Poi la riconnessione con l'esterno nelle sedute di psicoterapia, lui disegnò un gomitolo dove era nascosto un bambino, se stesso: primo segno di voler comunicare

di Danilo Moncada Zarbo, psicanalista (link web dello studio clinico)

Qualche anno fa iniziai una psicoterapia con un ragazzo di 17 anni con diagnosi di schizofrenia.

 

La schizofrenia è una psicosi, la piu grave delle patologie della personalità. È una frattura tra la consapevolezza e la realtà, l’etimo è greco e significa "Mente Divisa".

La rottura avviene attraverso passaggi e messaggi e, a parere della comunità scientifica, ha una origine psicologica anche se negli ultimi anni il messaggio più comune (o più facile) rimanda a una origine organica.

Il tema della riduzione all’Organico di tutto quello che è Mente è un grave errore, ma economicamente utile alle case farmaceutiche e al loro indotto.

Dire che una malattia è organica solleva inoltre le famiglie e il contesto dal senso di colpa e, spesso, dalla responsabilità.

Questo ragazzo presentava tutti i sintomi che confermavano la diagnosi: era chiuso in un totale mutismo, rifiutava di lavarsi, era assente, indisponibile, recitativo. Traspariva una profondissima disperazione che era però nascosta, celata.

La storia clinica mi venne raccontata dai genitori che lo accompgnavano inizialmente.

Una storia, simile alle altre, di interventii giunti fino all’Elettroshock.

L’elettroshock o, come viene chiamata, TEC terapia elettro convulsivante è ancora largamente praticato in Italia. Circa 90 strutture ospedaliere di cui 14 solo in Sicilia erano attive al momento in cui la commissione di inchiesta della camera esaminò il fenomeno in seguito ad una interpellanza.

La Tec dovrebbe essere usata secondo le indicazioni della Legge solo come ultima spiaggia, successivamente a trattamenti Psicoterapeutici e Psichiatrici e mai come una terapia di prima linea.

Alda Merini, la grande poetessa, ricordava l’orrore di questa pratica  e ne riportava il vissuto di grande dolore.

È una pratica di spegnimento, proprio chiamata cosi di SPEGNIMENTO, in quanto prevede che intere aree del cervello vengano spente per sempre in modo piuttosto approssimativo e senza mai potere bene definire quale sarà l’area bruciata e quale rimarrà intatta. Il  Comitato nazionale per la bioetica nel 1995 sostenne che “la psichiatria dispone di ben altri mezzi per alleviare la sofferenza mentale” e molte sono le testimonianza scientifiche che ritengono la “Tec” inutile, se non perfino dannosa, specie per la memoria.

L’effetto su questo ragazzo fu devastante, intere aree della memoria vennero spazzate via e nulla di ciò che aveva causato una profonda depressione era stato mutato.

I fattori che avevano provocato o evocato la profonda depressione rimanevano tutti lì, con in piu una grande confusione prodotta dalle aree della memoria oramai bruciate e dal vissuto di impotenza e di terrore.

Cosi questo ragazzo stava a guardarmi immobile, per la durata della intera seduta senza aprire bocca.

La sua disperazione e confusione pervadeva tutto e il silenzio sembrava nirvanico, sospeso.

Un giorno, dopo molti mesi di tentativi di contatto accadde qualcosa.

Prese un pennarello e disegnò su uno specchio che si trova nel mio studio.

Era un disegno che ricorda quello dei bambini, uno reticolo, un caos di linee continue, come un gomitolo appiattito, uno scarabocchio impenetrabile.

Fatto questo, tornò a sedersi nel suo e nostro silenzio.

Osservai per giorni il disegno, con l’aiuto di un collega psichiatra che lo seguiva da circa un anno e da cui proveniva il paziente e di uno psicoterapauta che seguiva la coppia familiare.

Ricordammo insieme i lavori di Bettelheim e in particolare il suo lavoro "La fortezza vuota".

E venne fuori qualcosa. La forma del gomitolo appiattita che ricordava un cervello aveva un area più scura sotto la quale era nascosto una figura umana.

Era un disegno stilizzato, proprio come quello dei bambini che si autorappresentano.

Era un bambino nascosto in se stesso, nella sua mente, nascosto nel suo caos.

Avevamo fatto un passo importante, sapevamo che il paziente si vedeva ancora. Era nascosto e spaventato, ma c’era.

Il processo schizofrenico era interrotto, la mente scissa aveva stabilito di nuovo un legame o, come io sostengo, lo aveva sempre mantenuto ma nascosto, protetto.

Il paziente mi aveva anche fornito una chiave di comunicazione che era il disegno.

Proprio il disegnare era la sua  grande (mi disse poi) passione. Questo ragazzo era rimasto bloccato e si era fortemente represso, aveva nascosto tutto di sé poiché riteneva che il bisogno degli altri (i genitori) fosse prevalente.

Si era perduto negli schemi di una famiglia schizoaffettiva che alternava messaggi con codici poco chiari ed ambigui. La stessa famiglia era capace di un enorme amore, una grande cura e insieme di grandi svalutazioni e grandi non detto.

Genitori frustrati e disillusi che generavano processi e comunicazioni ambiavalenti e che, a loro volta però, trovarono il modo di mettersi in disccussione.

Un lavoro lungo e doloroso, quello col paziente e quello con la famiglia. Un lavoro di elaborazione e sdoganamento dalla colpa, un lavoro di crescita e consapevolezza dei ruoli.

Il passaggio successivo fu  quello tanto temuto da alcuni colleghi e fortemente tenuto a bada dai farmaci.

L’irruzione o meglio il ritorno della sessualità.

Il sesso infatti viene temuto come luogo degli impulsi irrefrenabili e dello scatenamento delle pulsioni.

Per questo quasi tutti i farmaci psicoattivi, in questo campo, tendono a ridurre i livelli della libido fino a bloccarla.

Invece ritengo che sia una opportunità, che qualora si presenti non va né svalutata né repressa.

Per un paziente psicotico recuperare il confine corporeo e l’immagine di sé significa ritrovare un contatto con tutto quello che è identitario.

Identità è anche il corpo e i suoi confini, identità è il sesso è  la sua agibilità, identità è un processo che pure strutturandosi nei primi tre anni di vita, procede verso periodici assestamenti.

Il desiderio e il piacere non piu temuti diventarono una opportunità. Le fantasie sessuali vennero riconosciute come fantasie distinte dalla realtà e il paziente non ne ebbe piu paura.

Desiderare di far sesso con la madre è una fantasia che viene ricondotta nel lavoro terapeutico in precisi confini, non vuol dire che andrò a fare sesso con la madre.

Distinguere tra fantasia e realtà consentì al paziente di ricreare i confini tra mondo fantasmatico e mondo reale.

Gli consentì di riavviare il normale rapporto tra mondo interno e mondo esterno, rafforzandone i confini.

Circa un anno prima della fine della terapia, chiese di cancellare il disegno dallo specchio che io avevo mantenuto lì.

Lo avevo mantenuto per confermare al paziente l’idea che la terapia era un contenitore solido, costante e che poteva lasciare temporaneamente parti angoscianti o angosciate in un luogo sicuro.

Cancellò prima il reticolo a gomitolo, lasciando per qualche seduta ciò che restava del bambino nascosto nel caos.

In una seduta successiva cancellò il bambino che non aveva piu bisogno di nascondersi e che, pur restando lì, era stato accolto e non bruciato. Un bambino ferito e scottato che era stato visto e quindi poi integrato in una personalià altrettanto ferita e scottata, ma nuovamente in grado di badare a se stessa.

Quello che lasciò il mio studio al termine della psicoterapia era un Uomo consapevole, innamorato, non perfetto, non immortale, non onnipotente, un uomo ferito ma con tutta la vita davanti e con il diritto ad essere felice.

Quest’uomo felice avrebbe avuto un buco nel suo cervello, aveva però creato ponti per non cadere piu in quel buco o, quanto meno, sapeva che il buco c’era e ci sarebbe stato. Sapeva che era in grado di attraversarlo o, se non se la sentiva, poteva fermarsi e andare da un’altra parte.

Poteva farlo da solo o poteva condividerlo e quel bambino nascosto potè cosi diventare nell’ultimo sogno analizzato un bambino d’oro splendente che gli sorrideva  rendendolo felice.

Sulle Aspettative dei Genitori ed i danni che ne derivano. Inside Out una lettura psicologica del Film

Gli Articoli piu letti.

Sulla Parola, dal significante all'insignificante. Psicologia e Patologia della ambivalenza.

 

 

 

L’Identità di ogni individuo è legata ad un meraviglioso intrecciarsi di elementi, come in un antico e modernissimo telaio viene tessuto un capolavoro di informazioni trasmesse filogeneticamente o apprese.

Le aree neurolinguistiche del cervello  deputate alla codificazione della esperienza svolgono una funzione straordinaria nella formazione del nucleo dell’identità, quello che gli psicanalisti chiamano Se Nucleare.

Si suppone che tale nucleo, incandescente e potente, si formi da 0 a 3 anni cioè quando le aree neurolinguistiche acquisiscono connessioni sufficienti a dare un nome alla realtà.

Dice Spitz ( 1957)  “Il bambino immerso in un bagno di parole prima ancora di imparare a parlare, impara il senso delle parole e i nessi tra le parole e le cose in una rete inestricabile di vissuti emotivi e percettivi”. La parola diventa segno, il nome dato alla “cosa” sostituisce la “allucinazione” dell'oggetto assente desiderato, constata la separazione, ma pone anche rimedio. Il bambino impara a dire Pappa e placa il desiderio ( allucinazione in termini analitici) di far cessare la fame. Il linguaggio diventa l’elemento efficace del dirimere il caos percettivo ed emozionale. Le parole iniziano ad ordinare il vissuto, e consentono al bambino di esprimere I bisogni. Logos, Verbum, Parola. La Lingua è detta Madre perché genera, codificandola, la realtà.

Proprio in questa fase dello sviluppo la parola è sacra, deve essere univoca e chiara. La descrizione deve corrispondere esattamente e univocamente perché costituirà un elemento straordinario nella struttura della identità del bambino.

La parola Amore dovrà corrispondere ad una esperienza con caratteristiche precise, cibo dovrà essere appagante e buono, caldo dovrà essere proprio quello. La lingua madre deve generare certezza e sicurezza senza compromesso.

Logos,Verbum,  La Parola  che era presso Dio e quando Dio parla dal Kaos emerge la terra che è madre degli uomini.

La Lingua è lo strumento che consente di definire I confini,fornisce gli strumenti per misurarli e descriverli.

Prima che fosse il mare e il grande cielo

Che tutto avvolge, e prima della terra,

C’era,nell’universo, il volto solo

Della Natura:mole informe, rozza.

Lo chiamarono Caos. Era null’altro

Che peso inerte, dove si ammucchiava

Una congerie di sementi opposte

Delle cose non bene amalgamate.

(Ovidio, Le metamorfosi, trad. D’Angelo Matassa, introduzione di Moncada Zarbo epos editore)

Esiodo nella sua Teogonia racconta come dal Kaos iniziale sorse la Madre Terra, principio di vita e madre degli uomini e della stirpe divina, prima realtà materiale della creazione.  Gaia, Gea, la terra genera da sola, e senza congiungersi con nessuno, genera molto e da un nome a tutto ciò che genera, separa ed ordina e genera anche Kronos il tempo.

Gea esempio perfetto di partenogenesi genera da sola Urano, il cielo. La pioggia benefica di Urano feconda a sua volta  la terra.

Dall’unione con il proprio figlio Urano nascono dei figli mostruosi. Sono giganti e ciclopi che potrebbero privare il padre del proprio potere (ed ecco il tema di Laio), che vengono sprofondati dal padre fino al centro della Terra. Una “rifagocitazione” del partorito, che provoca nella Madre tristezza ed Ira.

Il nome è mediazione ma anche intesa. Il nome è la conoscenza, è la scintilla di Prometeo, è l’albero del bene e del male di Adamo.

La lingua Madre è sempre legata alla origine e alla Terra. Al modo in cui la Cultura rigenera se stessa con termini e descrittori nuovi.

È fortemente connessa con il ciclo naturale delle messi, implica la morte del seme (le parole a volte muoiono o si svuotano di significato), la parola  come il seme muore perché possa risorgere nella nuova stagione.

Nel Mito di Demetra, la Dea dona al genere umano la conoscenza delle tecniche agricole: la semina, l'aratura, la mietitura e le altre correlate.

Nella Mitologia con Demetra si giunge alla cultura, al rispetto ed alla integrazione. Alla necessità che ancora più ordine sostituisca il disordine organizzandolo.

Demetra è madre affettuosa e potente, non distrugge I suoi figli ma li nutre. Sfida il potere di un Dio per salvare la propria figlia. È madre empatica e non malate. Organizzerà le stagioni in funzione della sua genitorialità.

La popolazione mondiale è accomunata da una predisposizione genetica ad imparare una lingua che consenta di esprimere concetti e di descrivere.

Allo stato attuale degli studi non sembra esserci stata una unica lingua originaria.

La tesi accreditata parte dal dato  che tutte le popolazioni usano lingue di simile complessità, tutte possiedono sintassi e grammatica, tutte cercano di descrivere la realtà o di crearne una utilizzando significanti che descrivano  il territorio di appartenenza.

L’appartenenza è un luogo nel quale apprendere, che scaldarsi e che nutre ma ovviamente non è l’unico e non è unico.

Ci sono molte terre e molte lingue, esistono molte appartenenze e tutte funzionano fino a quando nutrono.

Nessuna bambina e nessun bambino nasce con una predisposizione ad imparare una data lingua invece di un'altra, ma nascono con una predisposizione alla Lingua..

 Nel paleolitico superiore emersero i linguaggi.   Questa emersione è per il mito il Verbo  che organizzò il Kaos, per la Neuro Psicologia è l’accrescimento delle aree neurolinguistiche del Cervello che  organizzano e nominano l’esperienza. Per noi è il miracolo del comportamento umano moderno, innato e predisponente ma anche potenziale.

Ed avviene spontaneamente questo miracolo, in ogni bambino in quella fase dello sviluppo, il superamento cioè di un lungo stadio prelingua.

La lingua supera le vecchie forme di relazione dei primati.

Il lungo passaggio, a partire dal mito per arrivare alla scienza, serve a definire il nesso e la connessione tra Terra e Lingua entrambe Madri.

Il frutto della terra e la sua lingua sono strettamente connessi, la lingua condivisa crea una identità, una appartenenza. Il suono comune conduce ad una esperienza che e’ fruibile, disponibile, comprensibile.

Se entro in un negozio di Torino e chiedo una Carpetta, difficilmente mi consegneranno lo stesso oggetto che mi darebbero prontamente in una cartoleria di Palermo.

Il nome e il linguaggio definisce un territorio, lo identifica e fornisce gli strumenti affinché sia fruttuoso. Fin quando serve.

Accade poi che l’ordine sia stravolto, che la terra come il linguaggio vengano avvelenati, stuprati, distrutti.

La terra diventa la discarica dove nascondere il mostro, il veleno. La terra contaminata, ritorna all’orrore dei figli mostruosi “reinvaginati” da Krono. La terra deve ancora una volta subire la tristezza e la rabbia. E la lingua? Diventa schizofrenica, dice e racconta quello che non è. E’ finzione, mistificazione. L’orrore nascosto della Terra dei Fuochi genera la sua follia e la sua malattia.

Tutto impazzisce, la natura, I geni, e cosa accade quando quest’ordine è stravolto?

In Psicologia sappiamo che lo schizofrenico perde in contatto con la sua realtà.

Egli pensa e agisce non all'interno di descrittori familiari, ma utilizza categorie prive della prossimità. Il suo obiettivo è allontanare la sofferenza, nascondendola dentro le parole private del referente. Il suo ordine è mondiale, interplanetario, tutto fuorché prossimo e personale.

Un caso interessante è quello dello scrittore Louis Wolfson autore schizofrenico di  Ma mère, musicienne, est morte...” pubblicato nel 1984.

Nell’apprendimento delle lingue ad esempio, Wolfson ha una forte resistenza nei confronti di tutto ciò che è metaforicamente riconducibile alla madre: la lingua madre, il cibo, la malattia di sua madre. Louis esalta  di tutto ciò che rinvia metaforicamente al padre:  il sapere, le catene di atomi, le lingue straniere.

Il suo bisogno è legato al come liberarsi della madre malata, come assomigliare al padre assente.

Cosi come la madre malata o il padre assente evocano o producono ‘individuo schizofrenico cosi anche la terra madre malata e la fonte autorevole assente producono disastri.

Cosi come Fernando Arrabal rinuncia alla lingua madre dopo avere vissuto il tradimento di sua madre che portò alla morte del proprio padre. Arrabal poi scrisse in Francese un opera straordinaria “ la Pierre de la Folie”.

Un territorio schizofrenico genera la fuga dei suoi figli o il loro ammalarsi. Evoca nei suoi abitanti un vissuto di abbandono e malinconia.

La terra ammalata, ha perduto la stretta e severa correlazione tra significato e significante, la sua lingua non descrive più la realtà.

La lingua, dei potenti che nascondono la malattia dentro il labirinto della loquela, tradisce I suoi figli.

Anni di lotte inascoltate di uomini e donne ammalate dalla terra era ammalata, parole coperte dalle urla di chi negava. Eppure i dati erano li, I tumori erano li, il disagio e la povertà era li, l’imbarbarimento era li.

Quale è allora la nuova prospettiva? Da cosa ripartire?

Da un processo catartico,  consapevolezza e  riparazione.

I mostri dovranno essere nuovamente tirati fuori, la terra ripulita.

La parola verde dovrà rappresentare nuovamente la linfa vitale e non il liquame.

La terra/Demetra liberata potrà nuovamente insegnare I modi migliori.. La cultura del fare e della condivisione dovrà trovare un linguaggio che non finga di cambiare ma che sia cambiamento.

Il vecchio mondo è finito, morto. La terra rinasce da una nuova semente, una nuova era ed una nuova cultura già è.

Vecchie parole sono morte, per far posto alle nuove che meglio descrivano la realtà.

Ma non dovranno fingere, il nuovo non potrà essere il vecchio travestito.

Il vecchio che ha tradito, che ha nascosto, il vecchio che ha depredato, rubato, quel vecchio è malato, spento, non rappresenta più.

La nuova connessione tra cultura ed origine, tra lingua e territorio, non è reazione.

Esistono Italiani felicemente produttivi e radicati a NewYork, come a Londra, come a Tokyo.

Hanno scoperto il dono della Lingua, sanno apprendere, sanno imparare. E la lingua genera conoscenza e relazione. Esistono Italiani felicemente produttivi in piccole realtà di provincia, hanno lo stesso dono della Lingua, sanno anche loro apprendere, sanno imparare e generare.

Sanno cioè correlare risorse e strumenti attraverso un processo che è legato alla conoscenza, sanno guardare oltre ed accettare il cambiamento.

La lingua Madre, se non schizofrenica quella Madre, è opportunità, risorsa, strumento. È un modello per la relazione tra soggetto ed oggetto, tra individuo ed ambiente. È una relazione di conoscenza stretta, unica. È un latte non acido, un miele buonissimo. Ma a cosa serve?

Serve a connettere, a mettere insieme, a dirimere il Kaos. Serve a generare l’alternanza ed il rispetto del tempo, delle stagioni. Serve a raccontare l’errore e gli orrori per non perdonarli e per non ricommetterli. Serve a creare, a fornire nuovi modelli quando i vecchi si ammalano. Serve a non buttare ma riorganizzare, serve a fruttare e non sfruttare.

Serve a giocare, anche con le parole, ma senza inganno perché l’inganno porta a perdere ed a perdersi.

Aspettative genitoriali, internalizzazione e blocco evolutivo. La regressione e la fuga. Articolo del dott. Moncada Zarbo sul ruolo delle aspettative genitoriali come arresto allo sviluppo dei figli
Articolo del dott. Moncada Zarbo sulla disforia di Genere, transessualismo ed transfobia

https://www.focusmediterranee.com/migration/dove-stiamo-andando-a-farcene-una-ragione-niente-sara-piu-come-prima/

intervista allo psicanalista Danilo Moncada Zarbo di Monforte

 

 

Per cercare riparo dalle ire di Diana, Atteone nipote di Cadmo fondatore di Tebe in Beozia fuggì nel bosco correndo veloce come non mai, giunto a un lago si specchiò e si avvide di essere stato trasformato in cervo, volle urlare possente il suo dolore di re ma dalla gola uscì soltanto il gemito di un animale; terrorizzato si immobilizzò, e i cani lo sbranarono.
Per provare agli amici di essere figlio di Apollo, Fetonte convinse il padre ad affidargli per un giorno il Carro del Solde, vi salì e subito fu terrorizzato dalle grandi falcate che ininterrottamente fendevano il grande vuoto; così perse il controllo del carro che all’impazzata rimbalzava fra terra e cielo, finché Zeus impietosito mandò una folgore ad abbatterlo.
(Dalle Metamorfosi, Publio Ovidio Nasone, 1 secolo a.C)

ROMA – “Muore Atteone che non accetta di essere cambiato e di lasciare il suo passato, muore Fetonte il quale non ha la forza del padre ed è spaventato della nuova responsabilità. Non a caso sono i soli personaggi, raccontati nelle Metamorfosi, a perdere la vita”, osserva lo psicoanalista Danilo Moncada-Zarbo Di Soria.

Laureato in psicologia a indirizzo clinico a La Sapienza, autore di progetti per il ricupero di minori, presidente dell’associazione Italia-Haiti riconosciuta dai rispettivi ministeri degli Esteri, Danilo vive ed esercita tra Roma e Barcellona (dove dirige lo studio di psicoterapia Ramon Berenguer el Grand).

Se ti ostini a vivere nel passato, muori. I miti greci, cui noi psicoanalisti non rinunciamo ad abbeverarci, suggeriscono questa grande chiave di lettura anche per le migrazioni: accettare il cambiamento è essenziale, vitale, tanto per chi arriva quanto per chi accoglie.
Lungo tutta la storia, moltitudini sono migrate attraverso il mondo: tragedia e sfida massima. Euripide potrebbe raccontare, o Shakespeare. Ma non ne vedo in giro”.

Oggi stiamo vivendo un’ennesima crisi, ma proprio in senso greco; scelte e decisioni urgono. Opteremo per meccanismi conosciuti, ma alla prova dei fatti inadeguati, oppure preferiremo la scoperta, la conoscenza, il colloquio – cioè il cambiamento? La domanda interpella egualmente chi arriva e chi accoglie: il più delle volte proveniamo da culture diffidenti se non ostili, ma i nostri destini sono speculari”.

Cosa vuol dire?
“Che l’idea di cambiare fa paura a tutti. Ma i musei sono per opere d’arte od oggetti fuori uso, non per le società di umani. I migranti (*) sono al bivio, alla sfida nel ridefinire un progetto di vita; hanno perso le origini del proprio mondo interiore ed esteriore, la terra madre e la lingua madre – la madre. Senz’altro non potranno pretendere di continuare a vivere come a casa; egualmente noi non potremo pretendere di continuare a vivere come se loro non esistessero. In definitiva, si tratta di tralasciare, noi e loro, un bel po’ di abitudini/tradizioni/pregiudizi, anche certezze. Per superare questa perdita dovremmo dunque, entrambi, elaborare un lutto, metabolizzare il nuovo. Se non riusciremo, scatteranno meccanismi difensivi che ci irrigidiranno e saremo – entrambi – responsabili del fallimento del processo di integrazione”.

Le maggiori difficoltà?
“Scarsità di tempo e malafede politica. All’arrivo, la loro preoccupazione prioritaria è sopravvivere, proprio fisicamente. Solitudine, esclusione, precarietà, impossibilità di comunicare esasperano ulteriormente. Solamente il contatto potrà invece avviare il meccanismo virtuoso del cambiamento reciproco. Ma noi abbiamo sovente un’aggravante anche politica: la paura-di-perdere-le-radici irrigidisce la società e sovente premia con un consenso elettorale dei programmi impostati sul rifiuto, piuttosto che sulle proposte.

Ovviamente, il primo rifiuto è per ‘l’uomo nero’. Quando gli Ottomani arrivarono alle porte di Vienna, la paura ebbe un’icona letteraria, un simbolo: il vampiro. Viveva la notte, ma all’alba automaticamente si liquefaceva. Così l’alba divenne simbolo e strumento: il sole splendente d’Europa, che uccideva il vampiro, contro la mezza luna ottomana. Quella migrazione fu certo differente in quanto indotta da fini militari e bellici, ma le similitudini con l’oggi non mancano, per esempio nel linguaggio (“è un’invasione”) e nei simboli esorcizzanti (“il crocefisso”)”.

intervista di Ornella Rota per Focus Mediterranee novembre 2015

Cinismi psicanalitici. Desiderio e Aspel editore 2002
Intervista quotidiano IL Tempo 18 Novembre 2012

Cronachecittadine.it 

 

SEGNI (RM) – Si è svolta Venerdì 30 Novembre scorso, presso l’Hotel “La Pace” di Segni, una interessante conviviale organizzata dal Rotary Club di Colleferro sul tema “Approccio alle problematiche giovanili”.
L’incontro rientra in un progetto più ampio rivolto alle nuove generazioni che il Rotary Club di Colleferro sta mettendo in atto sul territorio e del quale l’appuntamento di venerdì scorso rappresenta una delle fasi iniziali.
A fare gli onori di casa era il Presidente del Club Alfredo Maria Galiano, il quale ha presentato agli intervenuti il relatore dell’incontro, il prof. Danilo Moncada Zarbo di Soria, psicanalista di fama, ed esperto delle problematiche giovanili.
Tra i presenti, oltre a numerosi rappresentanti di altri Rotary Clubs del Distretto, (Velletri, Subiaco, Zagarolo,...) anche il sindaco di Segni Stefano Corsi, l’assessore alla Cultura di Segni Valente Spigone ed il Vicesindaco di Colleferro Giorgio Salvitti.
Il saluto ai presenti, e l’introduzione al tema della serata, hanno ufficialmente aperto la conviviale, nel corso della quale il prof. Moncada ha intrattenuto i numerosi presenti con una piacevole conversazione aperta, fatta di interventi e domande, che hanno approfondito l’argomento e lo hanno inquadrato soprattutto dal punto di vista operativo dello stesso Rotary Club, da sempre molto sensibile ed attivo nei confronti dei giovani.
Non inganni l’apparente “ampiezza” del tema dell’incontro, dal momento che lo scopo era quello di individuare mezzi ed argomentazioni specifici, utili alla stessa azione rotariana, per realizzare una comunicazione corretta e proficua con i giovani. E così quella problematica, che sembrava venire proprio dalle nuove generazioni, è finita per essere “imputata” alle “vecchie”, che spesso vedono i nuovi veicoli di comunicazione, dei quali fanno molto uso i giovani di oggi, con sospetto e diffidenza, semplicemente perché “diversi” da quelli tradizionali, ma giustamente al passo con i tempi ed affatto riconducibili ad improbabili patologie.
Una serata davvero interessante, seguita fino in fondo (oltre la mezzanotte) con la massima attenzione da tutti gli intervenuti, e nella quale, insegnanti, rotariani e padri di famiglia, hanno trovato di che riflettere in ciascuno dei rispettivi ruoli, uscendone infine con una maggiore disponibilità ed apertura nei confronti dei giovani che rappresentano il futuro esattamente come i… meno giovani lo hanno rappresentato rispetto ai tempi contemporanei....


 

Presso l’Hotel “La Pace” di Segni con relatore il Prof. Danilo Moncada
 

Conviviale sul tema “Approccio alle problematiche giovanili” organizzata 
dal Rotary Club di Colleferro

Vampiri e Vampirismi, saggio sulla psicosi ossessivo compulsiva. Desiderio e Aspel editore Roma 2002

Introduzione a "Parole...Parole" di Gina D'Angelo Matassa, Mohicani Edizioni Palermo 2004

 

Qualche decennio fa, a me sembra ieri, Freud ed Einstein e Levy Strauss e Monod e Sofocle ed Ovidio e molti altri un giorno irruppero nella vita di alcuni studenti di un Liceo palermitano.

Arrivarono tutti con la forza di una donna che era immensa, era Demetra e Core, era madre e figlia, Era Ecuba ed  era Lilith,  era una melodia che tutto attraversava leggera come un uragano.

Ed era anche in grado di tradurre tutto dal Provenzale al greco antico, dal francese al latino, dal siciliano all inglese e sembrava tutto possibile e facile. Possibile lo era, facile no. Prevedeva l aprirsi, il mettersi in discussione, non barricarsi dietro il preconcetto.

E cosi fummo attraversati dalla tempesta, e ci sembro una brezza.  

Attendevamo e non lo sapevamo, ma desideravamo come Agostino nella citta di Dio, di essere liberati dalla coercizione dello  stereotipo e dal pregiudizio, attendevamo la Bellezza di cui non sapevamo il nome.

E la  Bellezza  arrivò, pienissima e forte esattamente come arriva in queste pagine che seguono di Gina Dangelo Matassa.

Le sue Lezioni furono riflessioni, interpretazioni, modelli ma soprattutto l’amore enorme per quello che faceva, amava insegnare anche se non amava la scuola.

Questo amore stava dappertutto, passava saltando da un Orazio a Borges, da Shakespeare a Voltaire, da Foscolo, Dante e fu una gioia.

L’amore era per la Verita’ di questa donna ha riempito di poesia e curiosità le menti di noi adolescenti di allora. E piu ci riempiva piu seminava il dubbio, la critica, la continua ricerca e nessuna verita da allora avrebbe potuto bastarci. Se non una la Poesia, sintetica e sincretica. Infatti adesso anche il termine adolescente mi inquieta, e’ falso e distratto,  descrive solo una condizione imposta dai padri ad una generazione che in alcune parti del mondo lavora, genera e fa le guerre ed in altre deve durare fino ai trentanni.

Le sue lezioni, come in questo libro, aprivano porte e cacciavano via i fantasmi, via la polvere. Le incrostazioni della certezza aprivano i saloni alla ricerca ed alla curiosità, e apparivano parole antiche e nuovissime: Odi profanum Vulgus et Arceo, favete LInguis carmina non prius audita Sarcedos Musarum virginibus puerisque canto.

Devo a questa donna gli strumenti, il privilegio della relazione ha prodotto una costruzione, una assunzione ed un tuffo nel godimento di Dio. E questo Dio non aveva piu colori, regioni, linguaggi. Era un Nome, era un roveto che ardeva soltanto dove veniva cercato e riconosciuto.

Il metodo di questa insegnante era l’insieme dei suoi studi classici con in piu una fede non cieca nella natura.  Ci fornì ad inizio anno scolastico un insieme di libri erano: L’Io e L’Es di Freud,  Il caso e la necessita di Monod, Segno di Umberto eco, Tristi tropici di Levy Strauss, e qualche altro. E ci disse che per capire le lingue tutto serviva tranne che un vocabolario. Lo strutturalismo ci avrebbe insegnato a seppellire rosa rosae rosarum e forse anche altro.

Per noi fu l inizio.

Dice Lacan che esistono persone che per competenza ed intuito superano gli specialisti, non so, ma ogni volta che mi confronto con questa affermazione so che devo il mio amore per la psicanalisi ad una non psicanalista.

Ma la psicanalisi,da ragazzo era un tempio lontano, difficile e complesso; non sapevo e forse non volevo. Mi sembrava da grandi o ancora piu grandi.

Invece Gina Dangelo, la psicanalisi la rendeva viva e partecipe. Era una diretta conseguenza del mito, una sua traduzione, impossibile immaginarne l assenza. Tutto era una catena perfetta.

Lei ci parlava di Edipo e di Giocasta, ma davvero Giocasta non sapeva?

E Lei ci diceva di Laio, il padre sbagliato, quello non empatico.

Ancora oggi parla……” del diritto dovere dei figli di giudicare, se non condananre, i padri… Al fine di esaltarne i meriti ed evitarne gli errori”.

 Ed anni dopo studiando il mio maestro H. Kohut  pensavo ecco anche qui aveva ragione Gina Dangelo Matassa.

Adesso come allora queste pagine ci dicono che il Perdono verso chi sbaglia serve a poco. Laio, origine e male di Edipo, è un padre cattivo perche era prima un cattivo uomo.

Laio il violento, Laio che tradì Pelope,  Laio lo stupratore di Crisippo e di Giocasta, l uomo che sacrifica al proprio interesse gli affetti,  uomo di potere  che non riconosce altro piacere se non il soppruso e la violenza. Laio che violenta Giocasta e sacrifica Edipo, Laio l uomo di morte.

Anni dopo Kohut spiega che alla base dei processi che chiamiamo complesso di Edipo esiste una difficoltà nel processo di identificazione positivo con il Genitore, il Padre, colui che da il Nome . Il genitore Laio, non empatico, genera una difficoltà nel figlio che non trova piu i nomi ed i confini.   

L arte del perdono è grande e spesso inutile se non parte dalla comprensione.

 Nel vedere Giocasta impiccata ed Edipo Cieco, e tutta la sua progenie maledetta, chi puo essere interessato al perdono di Laio?

Questo libro è un gioco di cultura e di culture, è il frutto di una ricerca lunga secoli ed incarnata provvisoriamente in una mente libera.

Non è politica, non è religione, non è mai nulla;  è invece il tutto della libertà dalle catene,  Sono invece gli allori sfrondati di Foscolo quelli che giocano tra queste pagine.

Perché questa donna che mi ha innamorato del mio lavoro, non ama la psicanalisi? Perché non ama la rigidità mi rispondo. Ed effettivamente il metodo psicanalitico fu rigido per la mancata elaborazione del lutto da parte dei primi analisti neoamericani, loro che avendo perduto la terra madre, la lingua madre ed il padre, loro che fuggiti dalle persecuzioni e dagli orrori del nazismo, loro non ebbero il tempo di elaborare il lutto.

Dovevano mangiare e dare da mangiare, non avevano il tempo di elaborare il lutto, e misero su un metodo perfetto ma figlio della rimozione.

E qui l autrice cita De Vigny …..“ uno schiavo ha bisogno di un mantello, non di un libro. Leggere è fatale” che solo nella complessa rilettura  “ Cu va a ligna a mala banna ncuoddu si li porta” ….  Davvero la rigidità è opera di una rimozione, il Codice o i Codici. E sono pochi i Padri in grado di riconoscere la Libertà dei figli, di farli crescere nel rispetto della differenza, della attitudine, della propria identità.

L’Arte ha certamente una funzione sostitutiva e compensativa, ma se davvero Universale assume anche una identità nuova, propria. E’ il Mosè di Michelangelo talmente perfetto da turbare il Padre che non lo riconosce. E’ il Poeta intimidito davanti alla perfezione del suo Canto. A volte è un Dio che dinanzi alla perfezione ne accetta l autonomia e puo quindi riposare.

Roma 6 settembre 2014

Danilo moncada zarbo 

Introduzione a: 

 

" Le Metamorfosi" autore Ovidio Traduzione Gina D'Angelo Matassa editore Nuova Ipsa  2002

 

Alla fine del 1800 la nascita della psicanalisi e della psicologia sanciscono una crisi culturale ed una trasformazione. La grande rivoluzione psicanalitica consente di passare dal concetto di Possessione a quello d’Ossessione.Le passioni e la sessualità non sono spiriti che posseggono e invadono l’uomo privandolo della volontà ma sono bisogni interni, pulsioni che chiedono soddisfazione o almeno consapevolezza.

La dinamica tra Es, Io e super-io ridisegna il territorio del conflitto tra Legge Morale e Legge dell’uomo; tra doveri e bisogni. L’assenza di risposte  e la mancata consapevolezza del conflitto creano dolore e sofferenza, l’Obsisdere. Essa, l’ossessione, ha caratteristiche simili a quelle vecchie e magiche della possessione: l’incoercibilità, l’estraneità, la compulsività, l'invasività e i cerimoniali nevrotici  che hanno come ultimo scopo quello di impegnare la persona in modalità estraneanti. Separare il bisogno dal vivere quotidiano, negare risposte, evitare.

Il piacere è dato, invece o talvolta, dalla concentrazione in risposta all’evitamento, dall’allineamento tra pensiero, azione ed emozione. La forma, Gestalt, si completa dove le parole consentano all’uomo di immaginarsi in ruoli fluidi e interscambiabili conflittuali a volte e altre no, e di immaginare anche universi differenti da sperimentare anche soltanto per intuizione.

Il valore di Internet e delle chat sta proprio nella realtà del virtuale. Nulla è che non ci appartenga, la realtà è certamente una costruzione del reale.

Il concetto chiamato dai greci Simbolo, mettere insieme, riferisce del mito platonico di Zeus che volendo castigare l’uomo senza distruggerlo lo spaccò in due. Racconta dunque Platone che da allora ciascuno di noi è il “simbolo di un uomo” (convito 189/193).

Il mondo sensibile del simbolo diventa opera d’arte quando Esso è universalmente riconosciuto. Il poeta travalica la confusione babelica, ricongiunge ciò che fu scisso e separato, il segno diverso dal simbolo ridiventa significato e racconta sempre dell’uomo e delle sue passioni.

Nel mio lavoro psicoterapeutico incontro spesso realtà scisse; Donne e uomini spaccati raccontano del dolore e dell’angoscia; altri Raccontano della colpa e dell’errore.

Il lavoro analitico, è anche l’individuazione del rapporto tra simbolo e simbolizzato. La ricerca di un rapporto, di una costanza tra il contenuto latente e il contenuto manifesto. Obiettivo di ogni analisi è sempre la tessitura della trama personale, unica e differente, la comprensione della propria storia.

Vivere la propria vita e non quella degli altri  è un’aspirazione costante, ma a volte dimenticata. I sussurri del disagio, conseguenti al vivere una vita non propria, rimangono inascoltati fino alle urla d’angoscia che solo un corpo ancora vivo riesce a mostrare. Quando la parola diventa inutile il corpo si ammala, si compiono metamorfosi che noi psicoterapeuti chiamiamo conversione somatica, un tempo era  la nevrosi isterica. E’ un sintomo questo, un campanello che annuncia il bisogno di consapevolezza e di cambiamento. Molti si trasformano nel tentativo di scoprire parti nuove del Sé, altri si mimetizzano per celare il confronto, altri scelgono la staticità, e farmaci che instupidiscano le menti e opprimano il bisogno.

Fetonte, nelle pagine che seguono, muore poichè rifiuterà di vivere “La propria vita” dimenticando la rivalsa sul padre. Egli è invece desideroso di impossessarsi di un ruolo che non conosce e non capisce. Non ha obiettivi Fetonte se non quelli nevrotici della conquista del ruolo del genitore. Come molti giovani pazienti nelle mie sedute, Fetonte crede di poter essere ciò che non è, per diritto di nascita.  Quest’uomo giovane vuole a nessun prezzo, il carro vuole e le redini, vuole il potere ed il suo riconoscimento. Non sappiamo forse perché non lo sa, se e chi Fetonte riesca ad amare. Sappiamo che cerca un “ pegno che provi la mia origine e dal cuore/ dissipa quest’inganno”. Null’altro sulla sua identità, intuiamo certo la quasi banale assenza del padre perché è detto Fetonte figlio di Climene. Intuiamo delle molte donne intorno a Lui, Climène, le Eliadi lamentose e poi dunque Pioppi, le Naiadi pietose.

Fetonte ha bisogno di pegni, di prove, di sapersi e non sentirsi figlio potente di un padre di cui invece dubita. Sceglie la via difficile dell’identificazione acritica, senza ricerca.

E’ il figlio che ricalca il padre, notai di notai, medici di medici, potenti di potenti, principi di principi, che dimenticano se stessi per confermare la vecchia tradizione. Non ha peso quest’uomo; infatti, è leggero come ben sanno i cavalli del carro di Febo, è superficiale. Pure ci commuove, poichè ognuno di noi è anche Fetonte, leggeri uomini in fuga dagli orrori e dalle passioni; superficiali uomini alla ricerca dell’ultimo modello e del successivo ultimo e dell’altro ancora, per fuggire la terribile domanda del “chi sono?”.

Ci commuove Fetonte così bello e così amato e così incapace d’amare; così incapace di cercarsi. Quanti uomini e quante donne indossano tutti i giorni abiti non propri, abiti strettissimi e soffocanti; vestiti di piombo in estate e d’acciaio in inverno. Chi non si cerca, non è disponibile al cambiamento, non può trasformarsi; non avrà altra strada che la morte, la dissoluzione.

Gli uomini che escono dal tracciato cambiano la cultura, le metamorfosi della storia umana sono i temerari cavalieri delle imprese, sono gli scienziati innovatori, sono i movimenti rivoluzionari, sono i giovani noglobal, sono le battaglie per i diritti civili, sono i liberi pensatori, sono i ragazzi che infrangono le regole per scoprirne d’altre, e si chiamano questi ragazzi Galileo, o Copernico, o Einstein. Lo iato tra innovatori e novelli Fetonte è la capacità di tenere le briglie del proprio inconscio ed affondare le mani nelle paludi dell’Es. Di guardare le ire e il livido scorpione, di mantenere un equilibrio tra Coscienza e Inconscio. I cavalli dell’Eros e del Thanatos potranno essere frenati “perché da soli corrono accelerati”; ci ricorda Ovidio del bisogno d’equilibrio poiché anche nella ricerca “ è gran fatica trattenere l’ardore”.

La colpa di Fetonte dunque non è il bisogno di conoscenza o di ricerca; la colpa è l’impossessarsi di un ruolo non proprio, è il volere “avere senza essere” per citare, inteneriti e alla lontana, Fromm. Cosa differenzia la colpa dall’errore? e “forse che c’è delitto nell’errore?”, cosa cela  il cacciatore nei suoi veli? Il rossore di Diana, sorpresa nuda,   racconta di ciò che spesso  è giustificato come un problema di comunicazione o di pudore. Normalmente dietro l’arrossire si cela invece (velato) un meccanismo di difesa che rimuove una forte tendenza all’esibizionismo o a pratiche sessuali censurate perché ritenute riprovevoli. Come ogni frutto di una buona censura in campo sessuale Diana è vendicatrice e violenta. L’aggressività e la rabbia affondano radici nell’insoddisfazione e nella frustrazione. Il massaggio e gli unguenti poco servono a Diana; Né del resto la visione del monte insanguinato e della strage delle moltissime fiere hanno colmato il desiderio d’Atteone, egli ha un bisogno inappagabile dal sangue e vaga per sentieri a lui conosciuti.

A differenza di Fetonte, Atteone si conosce, conosce il suo nome; non ha colpa ma erra. Il suo errore è scoprire cosa cela la Cacciatrice. “ed ora narra che hai veduto Diana senza veli. Certamente se puoi”. La cacciatrice del mito, come il cacciatore, cela qualcosa attraverso una personalità sanguinaria e vendicatrice:  cela la nudità del corpo, cela il desiderio sessuale, la tenerezza della cura devono essere celati e nascosti dall’uomo/donna tutta d'un pezzo. L’uomo spaccato a metà, anche se Dea, è ben lontano dalla sua interezza: che i soldati facciano le guerre e nient’altro, che i poeti scrivano versi e null’altro, tutto separato, scisso, frammentato. Solo il poeta le ricongiunge senza timore, morbidamente nella narrazione dell’uomo e delle sue storie.

La ricomposizione delle metà, il confluire piacevole dall’una all’altra parte, cede il passo  nell’uomo alla più facile e veloce rabbia..

E’, quest’importantissima emozione, sempre uno strano coperchio; apparentemente temuta spesso comprime anche altro. Comprime, reprimendolo, l’amare, l’appassionarsi, l’intenerirsi.

Diana, donna svelata e arrabbiata, ha perso la sua differenza, sembra umana e indifesa. Riprende il suo ruolo e rinuncia alla sua nudità rivestendola di rabbia e vendetta, Essa trasforma perché non può trasformarsi. La vendicatrice conosce il suo specchio, i due sono entrambi cacciatori: ma la divina conosce l’animo dell’altro per questo vi aggiunge il terrore/bisogno del carnefice di diventare egli stesso vittima. Senza il Terrore forse Atteone si sarebbe salvato e la metamorfosi compiuta; senza il terrore forse anche Fetonte si sarebbe salvato. Errore e colpa in senso psicanalitico evocano l’angoscia; rappresentano dunque uno dei meccanismi di difesa dal rimosso; appaiono frequentemente come altissime mura frapposte tra l’indicibile, l’inguardabile ed il lecito, l’accettabile. Come se tra le due posizioni non potesse esistere comunicazione, scambio.

Atteone il cacciatore muore sbranato dai suoi stessi strumenti di morte, i cani e gli amici che non lo riconoscono perché diverso, cambiato dalla metamorfosi egli è oramai nemico. Il carnefice come sempre è molto simile alla sua vittima; e la vittima purtroppo accade che somigli al suo carnefice. Nel gioco al massacro, il sangue dell’inizio del mito d’Atteone si chiude con il sangue dello stesso; la violenza genera violenza, la guerra genera guerra. La rabbia è del resto spesso associata ad una paura colpevole; in molti comportamenti ossessivi si rintraccia proprio questa modalità di compulsiva autopunizione.

Molte donne in analisi raccontano di fantasie sessuali, e molti uomini certo anche; alcuni di loro attuano forme sostitutive che solo apparentemente sono soddisfacenti. Le tortuose vie ottengono l’obiettivo di distrarre dal piacere, e subito invece punirsi ed umiliarsi; tortuose vie come quelle di Dedalo ed il suo labirinto. L’architetto che creò innumerevoli vie e disseminate d’incertezze, è il meccanismo nevrotico e i più gravi meccanismi dissociativi della psicosi. Questi meccanismi creano il rincorrersi dei pensieri, le fughe ideative, la ruminazione mentale, il continuo bisogno d’incertezza ed in estrema misura la dissociazione schizofrenica. Nessuno dovrà uscire dal labirinto creato per celare il frutto abominevole che disonora la famiglia di Minosse; nessuno esca a mostrare l’abominevole frutto delle fantasie e dei bisogni creando disonore alla propria famiglia.

Il minotauro abbisognava di sangue vergine versato in tributo. Il suo labirinto creato perché il frutto del potere e dell’inganno non vagasse tra gli uomini, il prezzo della reclusione era il cibo versato dai perdenti, cibo della innocenza e della assenza di colpa.  Gli innocenti pagano sempre il bisogno di moralità dei potenti traditi e frustrati.

La paura nella metamorfosi e nel cambiamento genera la rigidità dei Pioppi.Il terrore di Fetonte e d’Atteone è l’angoscia di chi si nasconde in perfetti labirinti creati ad arte per lui e da se stesso, perché la non giungano le urla e i sussurri della realtà, la dove tutto sia filtrato, diluito, mediato.

 

Devo queste riflessioni, come il mio lavoro, e molto di ciò che sono con molto d’altro ad una donna. Come allora offrivo da studente la mia attenzione alle sue lezioni, alla stessa donna offro grato le mie brevissime riflessioni sul mito che la sua traduzione d’Ovidio mi riporta oggi attualissimo tra lacrime di gioia.

 

Danilo Moncada Zarbo

 

 

Articolo di Giuseppe Grifeo www.di-roma.it foto di Angelo Campus

 http://www.di-roma.com/index.php/medicina-a-salute/item/264-stigma-emarginazione-causa-altissima-di-suicidi-informare-per-sconfiggerlo

Stigma, marchio, legatura fra le lettere greche sigma e tau, simbolo del numero "6" misticamente ambivalente, segno dell'ordine perfetto ma anche del caos. Stigmate sono anche quelle portate da Gesù Cristo nel suo sacrificio per la salvezza dell'umanità.

Più freddamente clinico, è “segno distintivo in riferimento alla disapprovazione sociale di alcune caratteristiche personali”, che sia un handicap, una forma di disagio mentale, il colore della pelle, una religione d'appartenenza o il semplice essere etichettati come, barbone, terrone o sessualmente “diverso”.

Psicologi, sociologi e medici hanno inizialmente avuto a che fare con il fenomeno dello Stigma quando questo sembrava rivolgersi soprattutto contro i malati di mente, la gente li evitava, li abbandonava, li rinchiudeva nei manicomi. Oggi questo marchio è visibile in una miriade di emarginazioni, volontarie o meno, dovute a ignoranza che genera paura o altro tipo di reazione...

Stigma assemblea Parma smallIl tutto è venuto fuori lo scorso 19 ottobre, al Congresso dell’Associazione Italiana Lotta allo Stigma (Ailas) organizzato a Parma per la Giornata Nazionale della Salute Mentale e di Lotta allo Stigma. Evento che ha sancito il lancio dell’Alta Scuola di Formazione Permanente di lotta allo Stigma e la formulazione di un questionario web per analizzare la situazione italiana oggi.

Minervino grande 0«Lo Stigma non riguarda solo la salute mentale. Storicamente la diversità è sempre stata ben rappresentata dal malato di mente e la creazione dei manicomi è stato il più grande e lampante esempio di azioni di esclusione del diverso, del suo allontanamento, abbandono e non cura», dice Antonino Minervino (foto a destra), vicepresidente della Sinp e direttore del dipartimento di Salute mentale dell’Azienda Istituti Ospitaleri di Cremona.

«Cos'è lo Stigma? - continua Minervino - Coinvolge due aspetti diversi strettamente legati: emozioni e sentimenti; azioni e comportamenti. Ingredienti generanti: ignoranza e diversità. Ignoranza quando non si conosce qualcosa che rientra nelle nostre normali abitudini, come la non conoscenza di uno straniero, la diversa religione di un altro, le cause della malattia di una persona e persino cosa può ispirare le diverse abitudini alimentari dell'altro. La non conoscenza trasforma l'elemento diverso in pericolo»

Dopo il primo impatto, la risposta emotiva, «diffidenza, paura, voglia di difendersi, ansia - prosegue - inducono ad atteggiamenti di allontanamento, esclusione, emarginazione del diverso. Anche ostilità non permettendo, per esempio, l'accesso a servizi necessari riducendo alcuni diritti fondamentali. Esempio: sei di colore diverso, sei straniero? Allora ti pago di meno. Lo Stigma è ubiquitario, abita ogni classe sociale, culturale, è connaturato alla natura umana: il diverso è sempre visto come una minaccia e non come una risorsa. Lo Stigma è un po' come la stupidità, abita ognuno di noi, spesso a nostra insaputa. Tutti noi abbiamo diritto ad una nostra quota minima di stupidità, essendo questa connaturata all'essere umano. Il modo migliore perché questa non faccia più danni del dovuto, è esserne consapevoli e, magari, non limitarsi ad indicarla nell'altro».

«Come riconoscere lo Stigma dentro di sé? - continua - Tutte le volte che incontrando persone di altra etnia, colore della pelle, malate, di altra religione, si sente come reazione diffidenza, sconcerto, voglia di allontanare. Basta pensare ai bambini che per natura non sono stigmatizzanti, ma sono i genitori che tendono a non far frequentare ai loro figli un bimbo diverso. Lì ha origine tutto. I segni a livello collettivo sono il rendere difficile l'accesso ai servizi sanitari, di culto, alla condivisione di spazi di socialità. Sono effetti clamorosi che diventano facilmente movimenti eclatanti, come lo stigma contro il popolo ebraico di epoca nazista».

«Gli esclusi possono diventare ostili a loro volta: è un sistema autoalimentante – dice Minervino – La generalizzazione del cattivo comportamento di uno solo, viene però allargato a tutti i suoi simili. Altro esempio. Se su cento omicidi, uno solo è compiuto da un pazzo, allora si crea lo stigma generalizzato nei confronti dello schizofrenico. Eppure, stando seduti su una metropolitana, con a fianco una persona normale e un malato mentale, potrebbe essere il primo a essere più capace e vicino a compiere un delitto».

Giorgio Visentin 2 grande«Nella società oggi se uno vuole mettersi un vestito di Valentino, indossa automaticamente un'etichetta - dice il dottor Giorgio Visentin (foto qui a destra), medico di medicina generale e presidente coordinamento Wonca Italia - ma questa non si deve metterla addosso a persone perché malate di mente, obese, omosessuali o su persone che hanno determinati caratteri. Basti considerare che in alcuni paesi del mondo una donna incinta già etichetta il proprio feto, se maschio o femmina e in quest'ultimo caso come essere da eliminare dentro di sé perché nella sua società è meglio avere figli maschi».

«Esistono esempi meritevoli, ma che hanno creato effetti opposti su uno stigma – rimarca il medico – Come in Etiopia per i malati di lebbra, dove programmi supersocializzati con gran successo forniscono aiuti economici, 100 euro, a chi è stato roso dalla malattia e si trova, per esempio, senza mani. Questa cifra però è superiore a quanto guadagna in media una persona in quel Paese, quindi assistiamo a casi numerosi di ragazzi che cercano di contrarre la lebbra, di farsi contagiare per forza, per essere etichettati come malati e prendere anche loro quel sussidio. La misura più efficace quindi è sì intervenire sulla patologia, ma tenendo conto del suo contesto sociale per formulare l'azione più corretta».

«Altro errore in Belgio – racconta Visentin – Se lì si resta paralizzati per patologie neoplasiche, lo Stato garantisce tutto. Se la paralisi avviene per altro motivo, il malato non ha nulla! In Italia, per i casi di demenza da Alzheimer, il malato e la famiglia hanno sovvenzioni, per altre demenze invece no. La conseguenza? In alcuni nuclei familiari si cercano di fare imbrogli vari per far passare il proprio malato come affetto da Alzheimer. Come si vede, l'etichetta, lo Stigma, può avere le più diverse conseguenze e causare azioni non prevedibili».

Importante anche il linguaggio, la comunicazione, come i famosi spot quando si era agli albori delle infezioni da Aids, in cui il malato veniva circondato da un'aura violacea: «Psicologicamente quel linguaggio e altri simili, hanno creato Stigma e provocato disastri psicologici – conclude Visentin - fra coloro che si sono scoperti contagiati, ne sono morti più di suicidio che per colpa della malattia. Anche dal punto di vista medico, in un ospedale, andare con mascherina e guanti per porgere una pillola a un malato di Aids, non ha alcun senso clinico ed è solo stigmatizzante».

Non c'è fine agli aspetti che possono essere causa di Stigma e ai suoi effetti.

Girardi grande«Una delle ragioni principali dei suicidi è proprio lo Stigma che colpisce una persona malata – dice il professor Paolo Girardi (nella foto qui accanto), Ordinario di Psichiatria alla Sapienza di Roma, all’Ospedale “Sant’Andrea” di Roma e Segretario dell’Ailas – Lo stigma, in percentuali diverse, dal 2 al 50 per cento, agisce su tutti i suicidi. Una persona può comunque subire una penalizzazione, ma per ignoranza non per cattiveria, da parte del contesto. Lo Stigma, per esempio, colpisce anche chi soffre di ansia, spesso discriminato nel luogo di lavoro, persona normale che magari, soffrendo di depressione viene presa come uno sfaticato».

«Nel 2004 sullo Stigma sottoponemmo a un'analisi, con campionatura tipo Doxa, cinque gruppi in diverse città d'Italia, anche a Roma e lo facemmo in base a un questionario inglese: pazienti, familiari dei pazienti, medici, studenti di Medicina e gente presa dalla strada – racconta Girardi – Il gruppo che risultò più stigmatizzante fu quello degli studenti di Medicina, seguito dai pazienti, dai loro familiari, dai medici e in ultimo la gente della strada che, magari, non sapendo bene di cosa si trattava, risultava poco stigmatizzante. I giovani ancora ignoranti di Medicina ma che volevano farla, avevano l'idea radicata che il paziente con lo stigma, lo schizofrenico, andava isolato».

«Lo Stigma è talmente feroce che una persona bipolare nega di esserlo per non essere stigmatizzato prendendo i farmaci necessari – aggiunge – Lo Stigma è una delle cause dell'allontanamento dell'abbandono di cure, almeno per il 20 per cento dei casi, su malati e sui familiari che dicono al loro congiunto, 'Ma che lo prendi a fare? Ti fa male'. Oltretutto lo psicofarmaco non esiste in quanto tale: per essere messo in commercio viene analizzato circa dieci o dodici anni e non deve alterare i comportamenti, mentre questo effetto lo fanno le droghe. Lo psicofarmaco agisce solo sugli aspetti disfunzionali».

«Altra forma di Stigma. Il Cannabinolo, la cannabis - prosegue Girardi - per noi psichiatri è peggio dell'eroina perché mentre quest'ultima non crea danni psichiatrici, il cannabinolo porta alla schizofrenia, crea panico, disturbi cognitivi, quindi demenza e questo alle persone non lo dice nessuno e io con il preconcetto, con lo stigma nei confronti del cannabinolo, finisco per favorirlo: se si vuole controllare un fenomeno, con lo stigma lo si incista, non lo si risolve e, in senso figurato e sociale, infetta tutto l'organismo. Stessa negatività, dal punto di vista dei danni psichiatrici, è l'alcol. Il commercio è libero a tutti i prezzi, ma abbiamo modo di agire in vari modi, centri di alcologia, di informazione alle persone, dibattiti, studi scientifici. Invece sul cannabinolo non possiamo fare neppure uno studio perché è vietato».

«Dal punto di vista scientifico lo studio dello stigma è l'analisi di quegli elementi che contraddistinguono un gruppo sociale rimarcandone la differenza da altri - prosegue Girardi - Il problema nasce quando i valori propugnati da un gruppo diventano limitanti e dannosi per altri gruppi. Gli stigmatizzati vengono limitati, emarginati. La persona malata di mente, per esempio, non ha capacità di difendersi perché non ha capacità di costituire un gruppo. Al contrario, prendo come esempio il ghetto degli ebrei a Roma, anche questa è una limitazione sociale, un rifiuto, ma le persone che stanno dentro quel ghetto, facendo comunità, hanno modo di riconoscersi, hanno comunque una possibilità dialettica con la maggioranza che sta all'esterno e di difendersi a vicenda. La persona malata di mente non ha nessuna di queste possibilità».

«La ghettizzazione di una persona con un vissuto psichico, diventa pura persecuzione – continua il professore – Un esempio: il manicomio è nato in Francia alla fine della rivoluzione francese come un asilo per proteggere dalla società le persone con disturbi mentali, perché altrimenti, all'epoca, questa gente andava in carcere e là subivano violenze a non finire perché erano strane, davano fastidio. Il manicomio, in quell'epoca, dava loro modo di vivere meglio. Poi è avvenuta la degenerazione di quel sistema. Quell'asilo viene circondato da mura, chiuso da cancelli. Una volta dentro, il povero disgraziato del malato di mente entrava nel più totale dimenticatoio, in attesa della morte. Chiusi nei manicomi non miglioravano la loro condizione di malattia. I compiti si sono rovesciati: il manicomio non curava più, ma proteggeva una società dall'ipotetico pericolo che queste persone rappresentavano. Ma quale pericolo? Era solo nella fantasia persecutoria dei cosiddetti normali. Perché un dato di fatto è che il numero di violenze e omicidi attribuibili statisticamente a persone con disturbo mentale è la centesima parte di quella imputabile a persone cosiddette normali. Su mille schizofrenici, solo uno o due hanno commesso violenze».

«Purtroppo lo Stigma fluisce dappertutto - continua Girardi - per cui adesso abbiamo i centri di salute mentale che purtroppo vengono tenuti al margine del pianeta Salute. Abbiamo reparti in cui ricoveriamo persone con un'acuzie, un disturbo mentale acuto, reparti che si chiamano Spdc, Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, ma poi lì è stato stigmatizzato tutto ciò che sapeva di manicomio, infilati dentro gli ospedali, in posti dove non vengono visti da nessuno».

«La prima cosa da fare per sconfiggere lo Stigma è parlarne, informare. L'incontro di Parma è stato solo il primo di tanti e non è detto che li faremo solo lì – conclude il professore – Miriamo però a che presso le strutture territoriali di salute mentale ci sia uno sportello per lo Stigma. Oggi è già presente ma in rarissime realtà. Per farlo bene dobbiamo preparare gli operatori. L'idea nuova è quella di creare l'Alta Scuola di Formazione Permanente dell’Ailas per la Lotta allo Stigma».

Esempi di emarginazione sono innumerevoli, ma anche involontaria e autogenerata, un marchio dal quale non si riesce più a uscire.

Danilo Moncada Zarbo 1«Nella mia attività ventennale di psicanalista, ho incontrato e continuo a incontrare le vittime dello Stigma – dice Danilo Moncada Zarbo (foto qui a lato), psicanalista dello Studio Di Psicoterapia e Sessuologia Clinica di Roma - Come un tempo, anche questi sono marchiati. Prima era a fuoco come con le bestie, adesso lo stigma marchia attraverso metodi sempre più subdoli e sempre più invasivi».

«Molti anni fa lavoravo in Consultorio Familiare di un quartiere popolare romano. Giunse una famiglia: madre, padre, nonna e una ragazza che chiamerò Cristina – racconta lo psicanalista - Cristina aveva il volto tumefatto, le braccia segnate da corde, era quasi sudicia e non parlava. I genitori raccontarono una storia che ha dell’incredibile anche collocandola negli anni 90. Dicevano che la ragazza era posseduta, che parlava lingue morte e che sulle braccia erano evidenti frasi e versi della Bibbia. La realtà emerse molto tempo dopo, quando allontanati i genitori, Cristina iniziò a fidarsi della struttura».

Il dottor Moncada Zarbo racconta direttamente la vicenda attraverso le parole della ragazza martoriata che le fu portata in terapia dalla famiglia.

«I miei genitori - diceva la giovane - mi lasciavano sempre da mia nonna, perché lavoravano. La nonna mi picchiava, mi dava pizzicotti, mi insultava. Un giorno vedendo un film d’orrore in tv iniziai a mimare e rifare i gesti della protagonista (posseduta dal demonio). Mia nonna, sentendomi, entrò in camera e si spaventò, non riusci a picchiarmi. Io mi sentii potente, finalmente potente, avevo un ruolo e continuai. La gente del quartiere veniva per farsi leggere il destino, per indurre l'amore, la morte, a 12 anni ero una che contava».

«Era come se non potessi fare nulla, volevo morire - continuò a dire Cristina - Un giorno avevo 12 anni ero al compleanno di mio cugino, un momento di normalità e giocavamo agli innamorati dietro un tavolo. Mia nonna ci vide e mi disse 'Dio ti punirà'. Quella sera ebbi il mio primo ciclo e pensai che era la punizione, pensai di essermi rotta dentro che forse ero davvero cosi come mi dicevano, cattiva e sporca».

«Ma poi un giorno mi sono innamorata di Luca, che appena ha saputo chi ero... Cosi ho cercato di smettere – concluse la paziente - di non fare più le scene, ma nessuno mi credeva. Ho cercato di strapparmi via la pelle ma nessuna mi voleva, allora ho rinunciato a tutto. Mi sono persa. Ho urlato, in tutti i modi e in tutte le lingue, mi sono graffiata, tagliata. I miei genitori mi hanno portata da maghi, esorcisti che mi picchiavano per fare uscire il demonio. Ma il demonio era fuori, era quello che mi impediva di cambiare». Il marchio, lo Stigma, tanto voluto inizialmente, impossibile da eliminare.

L'episodio dà quindi l'idea concreta di una delle tante, possibili linee di influenza dello Stigma sull'esistenza delle persone.

«Ecco quindi un esempio di Stigma - prosegue il dottor Moncada Zarbo - Nel lavoro terapeutico spesso comprendiamo le sinergie tra personalità non risolte e Stigma, ma come uscirne? È un lavoro culturale profondo, un'azione terapeutica che passa attraverso il valore della consapevolezza, che attraversa i meandri del rifiutare 'ciò che di malato vogliono farmi ingoiare', sottolinea a volte il paziente, 'è il rifiuto di una cosa non mia, che lentamente mi fanno ingoiare e che mai potrò digerire'. È questa 'internalizzazione trasmutante' che genera mostri perché partorita da mostri».

«Nel Film 'Un anno con 13 lune' di Fassbinder, lo Stigma e la sua introiezione viene raccontato in modo esemplare - continua lo psicanalista - Una donna, ex uomo diventato donna credendo così di potere essere amato da un uomo che poi l'avrebbe rifiutata, si traveste da uomo per contrattare sesso mercenario con un prostituto. La donna viene riconosciuta come diversa e quindi aggredita e ridotta in fin di vita dal prostituto che non coglie il senso della differenza».

«Ecco la matrice dello Stigma: la rigidità, l’ignoranza, il rifiuto della differenza - sottolinea Moncada - La stessa malattia si manifesta con sintomi diversi in culture e politiche diverse. Io svolgo la mia attività di clinico in Spagna e in Italia. In Spagna i bambini figli di coppie omogenitoriali vivono la loro differenza con la normalità di qualunque bambino e le famiglie omogenitoriali tutelate dalle Leggi non vivono l'azione dello Stigma come pericolosa per sé e per i loro bambini. In Italia le coppie omogenitoriali no tutelate e riconosciute vivono il disagio dello Stigma che provoca preoccupazione per sé e per i loro bambini. In molti paesi africani e asiatici la sola parola 'omo' genera condanne che vanno fino alla pena di morte».

«Il numero di suicidi legati all'azione della Stigma è altissimo e il numero dei disturbi di personalità è enorme - conclude il professionista - L’azione terapeutica del clinico è rivolta alla tutela della salute del singolo, l’azione dello Stato deve essere rivolta a fornire azioni culturali e quindi politiche, campagne di informazione e di sensibilizzazione, strutture in grado di formare i formatori anche con una forte attenzione al linguaggio alle parole. Una parola al posto sbagliato, una battuta lanciata li, un post su Facebook, tutto ciò che sembra innocuo può contribuire a produrre uno stereotipo, una rigidità profonda. E così, come le arterie irrigidite creano un malfunzionamento del cervello, così le rigidità psicologiche creano un malfunzionamento della mente... Memento».



 

Il Vampiro

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edito da Il Cinemante rivista di critica del Cinema anno 2002

 

 

Nell’epoca d’internet, il cui la chat rende il corpo invisibile o alterabile attraverso il filtro della Webcam.

In un periodo in cui la fisicità s’inoltra, frantumandosi e componendosi ancora, negli spazi immensi del Cyber e del catodico, osserviamo la nascita di un nuovo linguaggio del corpo, riesumato da antichi segni tribali.

Il tatuaggio, il piercing, il cutting, fino ai Blood-sports praticati nei celebri locali quali il Gauntlet o il Bondage, è oramai entrati nella nostra esperienza quotidiana.

 

Le performance di Gina Pane del 1974, di Gunter Brus, o della notissima ed attuale Orlan hanno prodotto un’attenzione dei media sul fenomeno del “ Corpo che parla”.

Il corpo, la pelle, non è più solo superficie, solo epidermide, non è più una pellicola che nasconde, ma al contrario si trasforma e racconta.

Racconta di sogni e di miti, ad esempio il linguaggio mahori del tatuaggio, o di rabbia irrisolta ed autodistruttiva come nei blood-sports. Una Nuova Carne com’è chiamata che esprime se stessa attraverso il martirio e l’autopunizione.

A differenza delle autoflagellazioni rituali, quali quelle presenti nella processione dei misteri a Trapani, il segno lasciato sulla pelle dei fautori della “ nuova carne” non è offerto a nessun Dio ma allo scambio di piacere, ad una sorta di Narcisismo cui la psicologia guarda dal punto di vista della complessità.

Il Narciso che non cerca specchio che rifletta altro se non la immagine di cui è innamorato, fino alla morte per annegamento.

Il Narciso dunque che non si specchia nell’altro, che non si confronta con l’immagine che gli rimandano gli altri, che si rifiuta di vedere il vuoto che lo circonda nel quale si è volontariamente perduto.

E’ interessante notare come, nell’icona del vampiro, il non morto eviti gli specchi perché non lo riflettono; perché mostrerebbero il suo non essere.

Del resto il secolo 19° si chiudeva con il tradimento del sogno romantico e di quello decadente.

Il destino, l’Eros, il Thanatos non sono più auguste o tenere figure che svolazzano per campi in mietitura, o tra vette imprendibili.

Edipo non è soltanto il luogo dell’altrove; l’essere umano che si era rappresentato in una proiezione fa i conti con la sua crisi, essa (la crisi) diventa un luogo interiore, uno spazio della persona, la fucina delle emozioni dell’uomo, delle sue passioni.

 

Si passa in altre parole da un concetto di possessione (da parte d’agenti esterni), a quello d’ossessione o per introdurre concetti psicanalitici Zwangsneurose, Nevrosi Ossessiva.

L’occhio incantato si rivolge all’inconscio alla ricerca di risposte ai perché e al bisogno, l’ineluttabilità del piacere e della sofferenza.

La nascita della psicanalisi, al finire dell’ottocento, sancisce una crisi culturale ed una trasformazione.

Si parla di sesso e di passioni che non posseggono come uno spirito che cala e invade l’uomo, ma che nascono dall’uomo e chiedono soddisfazione, a rischio altrimenti di Obsidere.  L’obsidere, l’ossessione con le sue caratteristiche di incoercibilità, estraneità, invasività, compulsività e cerimoniale. La lotta tra Es e Super Io, direbbe Freud, ha inattivato la facoltà di mediazione dell’Io.

Lotta dunque tra i bisogni d’amore senza confine, e la Legge Morale severissima che nega soddisfazione, l’Io (il conscio) prigioniero del conflitto si nutre delle briciole sintomatiche fino a perirne.

Amore e morte, come ci racconta proprio in quegli anni con gli strumenti della letteratura Bram Stoker nel suo Dracula.

 

Una paziente, che pratica una particolare forma di Blood-sport appresa durante un viaggio negli USA, riferisce un triste vissuto di bambina:

Fin da piccola ero punita a sangue, quando ero sorpresa a toccarmi.

 

 Quella che allora era una bambina tentava, come normale nella crescita, di conoscere e sperimentare il proprio corpo e le sensazioni connesse a quest’esplorazione. Tra queste esplorazioni comprendiamo anche quelle genitali, tra cui la masturbazione.

La risposta ambientale, familiare, fu spropositata. La bambina era legata polsi e caviglie al letto, producendo spesso ferite sanguinanti.

Tali attenzioni sembravano essere le uniche manifestazioni di affetto da parte dei familiari, questo almeno il vissuto della paziente.

Credo sia stata prodotta, in quella circostanza, l’associazione tra piacere-punizione-dololore, poi divenuta rapidamente piacere-dolore, e successivamente sesso-sangue.

Da sempre il sangue è portatore di emozioni, nella cultura classica e popolare sono molte le espressioni le espressioni che associano uno stato d’animo alla metafora del sangue. “Il riso fa buon sangue”, “ mi ribolle il sangue” “mi fa sangue”, spessissimo quest’emozione è più esplicitamente correlabile al sesso come ciò che fa ribollire il sangue nelle vene. Comunque il sangue e le vene sono il “ portale d’accesso” di energie vitali; “il sangue è vita” dice il celebre conte nell’ultimo Dracula di Coppola.

Coppola, di famiglia emigrata dal meridione d’Italia conosce bene, come il vampiro ed il narciso, il frutto dolcissimo e paralizzante della malinconia.

Coppola ripropone quel rapporto indissolubile tra morte e vita, sempre presente ed incombente come nel dipinto “il trionfo della morte”.

Il regista ripresenta, in termini artistici ed autentici, la costanza tra sangue e violenza, tra desiderio e distruzione che ha tipizzato il sud d’Italia nel mondo, ed oserei dire il sud del mondo nel globo stesso.

Il Blood-sport è una pratica sessuale, o forse una spettacolarizzazione in cui il sangue è un elemento di scambio tra i praticanti.

Si scambiano magliette sporche di sangue, si beve leccandolo il sangue (mestruo, o da ferita etc.), si assiste a spettacoli a sfondo necropop.

La paziente in particolare amava offrire il proprio sangue durante il rapporto sessuale ricevendo in cambio sperma.

Sentiva il bisogno che qualcuno prendesse il suo sangue per riaffermare la sua esistenza in vita, in cambio del sangue ne riceveva altro fluido vitale. L’identificazione con Elisabetta\Mina, moglie di Dracula, era fortissima nella paziente. Il locale americano dove praticava questo “esecrabile” tipo di sessualità, è tutt’oggi il locale dei vampirofili statunitensi.

 

 

In quest’ultimo film, Dracula pur terribile e temibile, è un affascinante ed elegante uomo, che rinuncia alla vita per amore, rinuncia a Dio per il dolore, ed abbraccia la non morte come tentativo (vano) di allontanare da se la sofferenza per la morte di Elisabeta.

E’ un Narciso elegante e raffinato, mai volgare neanche nelle scene più macabre, è un uomo che sceglie una non morte che equivale a una non vita.

E’ anche però un essere mostruoso, licantropo, vecchissimo e deforme, en essere tutto topi: il mostro inaccettabile, da non guardare.

Questa duplicità ben rappresenta il celebre conflitto tra Gradevole e sgradevole, accettabile e inaccettabile, alla base di molti disagi psicologici.

Il bisogno di sentirsi accettare, e prima ancora di accettare la parte meno gradevole di noi stessi, la nostra rabbia e la nostra aggressività, e ancora il desiderio, le fantasie più fervide.  Il bisogno che la nostra parte mostruosa e sgradevole sia accolta dall’altro, e prima ancora da noi stessi; Come ad esempio il bisogno di sentire accolta la propria sessualità, anche se vissuta come inaccettabile da se stessi, o dalla società.

Il Paziente sta meglio, e inizia un percorso di guarigione nel momento in cui sente di poter trovare una parola che descriva il suo disagio e lo incontri. Lavora con se stesso attraverso un atto di fiducia nel lavoro terapeutico, e non si sente rifiutato ma accolto, anche nell’aspetto mostruoso.

 

Elisabetta/Mina bacia il suo Dracula oramai mostruoso, lo bacia con amore e tenerezza infinita su quella bocca empia, il loro rinato amore congiunge gli opposti, risolve il conflitto, sconfigge le tenebre e ridarà la pace ai protagonisti del film, ed allo spettatore.

Il Vampiro, col conseguente vampirismo, nasce per far fronte ad un terribile dolore ed alla separazione dall’Oggetto d’amore: la moglie amatissima.

E’ dunque una formazione reattiva che dovrebbe distanziare il disperato dalla sua disperazione, il sofferente dalla sua sofferenza. Diviene invece, come nella patologia psicologica, un circuito che da briciole di piacere.  Il soddisfacimento sostitutivo (la vittima casuale del vampiro, che dovrebbe allontanare il dolore della perdita (Elisabetta morta suicida e consegnata dunque all’inferno, come sapientemente ripetuto dal prete) porta ad un imprigionamento dell’io.

La persona (Dracula) è costretto a rituali (il giorno e la notte, la bara con la terra, il morso, gli specchi da evitare etc.) tipici di uno stile Ossessivo di personalità.

Un’altro paziente racconta dell’angoscia provata quando: avevo 15 anni giocavo a fare sesso con un compagnetto, avevamo i pantaloni calati, ed entrò mia madre; chiamò mia sorella, i miei fratelli, mio padre. Io piangevo la pregavo come un Dio di perdonarmi. Papà prese la cintura e mi frustò a sangue.

Un gioco comunissimo tra adolescenti diventa un bisogno da evitare, da punire, da rimuovere. Pur di non soffrire come allora, m’impongo sofferenze fisiche di tipo diverso.

Il paziente non ha più erezioni, il piacere è sostituito da tagli che s’infligge con rasoi, chiodi, penne, sigarette da spegnere sui capezzoli.

Gli unici rapporti sessuali, con persone non desiderate, rapporti non protetti e estremamente a rischio così da punire il male che ho in me.

IL piacere represso dalla punizione diventa la ricerca della punizione come sostituto del piacere.

 

Nel film di Coppola, come nel libro di Stoker, tutto sarà risolto quando la rinuncia all’oggetto privilegiato d’amore, l’accettazione della separazione, il principio di realtà sarà vittorioso sul principio di piacere: Elisabetta/Mina dà la pace a Dracula, e chiaramente gli taglia la testa e spacca il cuore.

 

Bene direbbero alcuni, terribile altri.

 

I moralismi, non attengono alle riflessioni scientifiche, il Vampiro come metafora densa di riflessioni simboliche offre spunto per ogni forma di tensione tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tutti concetti ai quali non è sempre necessario sacrificare la riflessione.

Nei casi clinici appena accentati, però, i precetti moralistici obsoleti hanno prodotto un dolore fortissimo: l’idea che il sesso e il corpo siano luoghi di peccato e di colpa e dunque da nascondere e da punire.

Il piacere represso e negato, continua a cercare vie di soddisfacimento passando attraverso il tortuoso sentiero dell’autopunizione.

 

IL Vampirismo, in vecchi trattati di psichiatria e psicologia (sempre più vecchi quanto più reiterati nella convenzionalità di un certo pensiero scientifico) è descritto come la patologia sessuale del provare piacere dal succhiare sangue dal collo delle vittime.

Questa riduttiva concezione del vampirismo mi ricorda il primo libro sui vampiri del 909 d.c. di p. Costantino da Baviera che elenca 500 modi per divenire vampiro tra cui: morire scomunicato, morire da licantropo, morire con una maledizione da parte del genitore, e .... Morire cadendo sul lato sinistro del Carro (?!).

La scienza, che chiaramente si mette (o dovrebbe mettersi) in discussione, ha offerto nei secoli diverse interpretazioni tra cui certamente ma non solo quella psicologica:

a)La sindrome di Renfield: rara malattia (???) che porta la persona a ritenersi vampiro. Il 99% degli affetti è maschio, con caratteristiche di zoofagia, desiderio di sangue legato al bisogno sessuale etc. Straordinario valutare, come sostengo da anni, che tale sindrome è stata descritta dopo Stoker e il suo Vampiro, in altre parole io credo che il Mito abbia offerto come sempre un contenitore validissimo per un malessere d’altra natura, come fa Cenerentola, Biancaneve, l’integralismo e i suoi rituali rigidi, etc.

 

b)Porfiria: rara malattia del metabolismo, ritenuta base fisiologica del vampirismo dal dott. Dolphin docente di chimica All’università della Columbia Britannica. Gli esperti di Porfiria (come riportato all’indirizzo http: //www, dsi, unive.it/ mbonatti/vamp.html) hanno “ contestato” questa teoria dicendo che il bere sangue non allevia il dolore degli ammalati di Porfiria

 

c) Rabbia: suggestiva ipotesi del neurologo Gomez-Alonzo secondo cui alla base della nascita dell’Icona del Vampiro possa esserci un’epidemia di Rabbia scoppiata nell’Europa orientale intorno al 1720. Il neurologo spagnolo descrive le caratteristiche comuni tra l’iconografia del vampiro ed i sintomi prodotti dal Virus della Rabbia.

 

d) Malinconia ed Ossessione: di cui abbiamo detto come ipotesi di lettura psicologica in quest’articolo.

 

Trovo comunque molto interessante parlare di Rabbia, ma mi preme riflettere come l’icona del vampiro sia di quasi un millennio precedente, anzi a volere includere la mitologia dello Zohar, il libro dello splendore, ancora più vetusta.

 

Certo di rabbia si può parlare, ma credo poterla intendere in un’accezione più psicologica: la rabbia per l’impotenza a gestire una separazione e una perdita, la rabbia del lutto, la rabbia verso una Legge Morale spietata e crudele che non da spazio all’amore e al dolore, la rabbia verso un mondo acquietato e paludoso ( come sono paludati i sacerdoti ortodossi che maledicono Elisabetta non contendo e alleviando il dolore del Conte, probabilmente producendo il vampiro futuro). Ma Edipo sarebbe stato senza la profezia?  Avrebbe ucciso il re padre e sposato la regina madre, se qualcuno non gli avesse rivelato l’arcano?

Dracula si sarebbe donato all’eterna notte se......?

 

Una tribù delle Filippine, Bebarlangs, pratica uno strano tipo di vampirismo, succhiano le forze vitali attraverso il “ corpo astrale” della vittima. Una ricerca psichica di una fonte di energia da depredare.

Tale forma di vampirismo è riconosciuta anche in occidente attraverso più o meno mistificate credenze New o Post o Pre Age.

 

Il dato è quello della precarietà dell’Individuo e del suo bisogno di rituali per proteggersi, il bisogno di poter dire il bianco è Bianco, il Nero è nero, di categorizzare in modo rigido e riconoscibile il bene dal male.

 

Certo Stoker e Coppola smarriscono quest’astuto categorizzatore, così certo e risoluto, quando ci pongono di fronte alla tragedia d’amore del conte e la contessa, quando ci mostrano la dolcezza e la sensualità delle lacrime di Mina raccolte e rese diamanti nelle mani di chi ha ricercato l’amata   attraverso la notte dei tempi.

 

Tra bianco e nero sappiamo in realtà esserci un’infinità di tonalità, certo la realtà diviene di più complessa elaborazione.

 

 

Mi sembra, cioè, che la volontà di ridurre a semplice ciò che è complesso sia una tentazione fortissima ma poco fruttuosa.

Questo vampiro è il segno del limitare.

Come le passioni più profonde, le pulsioni in termini psicanalitici, i bisogni della psicologia della Gestalt, tutto si manifesta quando le luci della ragione lasciano il posto al buio dell’inconscio.

Mi diceva la paziente: il dolore prima e poi l’angoscia vengono al tramonto...nella solitudine della mia camera, e del mio letto...come la bara.

I sogni con il loro contenuto erotico che ci angoscia, con la violenza che ci atterrisce, con Eros e Thanatos che si fronteggiano e flirtano allo stesso tempo, i sogni con il loro nascere al limitare del giorno e della notte. Così il vampiro con la sua carica di sensualità e violenza appare al limitare del giorno e della notte, scompare con il sole.

L’associazione tra vampiro e sessualità sfrenata e rintracciabile in ogni descrizione del maligno, una certa pedagogia di reflusso che crea schiere di sofferenza attraverso l’attualissimo connubio tra sesso e perdizione, piacere e peccato, sfrenatezza e alienazione.

Come già ai primi del settecento, ed agli inizi del 20^ il vampiro rinasce dalle sue ceneri in coincidenza della scomparsa di società tradizionali, dove gli incantesimi di turno ed il cattivo di turno tranquillizzavano le inquietudini del cambiamento.  Rituali rigidissimi e vampiri assetatissimi rispecchiavano il malessere di una cultura che si trasforma o muore.

 

Ho iniziato questa mia riflessione da internet ed i linguaggi di un corpo frantumato dal WEB e dal Catodico e ricomposto nei nostri schermi modificato.

In un periodo in cui i Virus viaggiano via rete, le notizie vampirizzate dagli Hackers, il timore è grande. Ma più grande sembra il cambiamento che si è prodotto a cavallo dei millenni. Gutemberg o WWW, o altro, Cavallo e Macchina a Vapore, carne cruda o cotta dalla scintilla di Prometeo, l’ansia di risposta è il frutto del metabolismo del cambiamento. L’ansia richiama tutte le angosce e tutte le separazioni, il lutto, l’abbandono, la nostra volontà di non morire e di non lasciar morire chi amiamo.

Nessuno è perfetto? Certo neanche il vampiro.

 

Danilo Moncada Zarbo

Psicoterapeuta (Roma)

 

 

Vampiro e Vampirismi.

 

“Esiste un momento della giornata in cui il crepuscolo, limita la definizione di notte e di giorno; è là che inizia il dolore, il terrore, tutto può accadermi, è come una fortissima pressione sul cuore. Il sangue mi scorre velocissimo, il corpo si riempie d’adrenalina, è some se potessi scoppiare”.

Una mia paziente così raccontava, anni fa, di questo forte dolore che nessun esame clinico obiettivo rilevava, il peso sul petto e la sensazione del dover morire che nessun elettrocardiogramma verificava, una sofferenza “vera e reale” ma che nessun macchinario riusciva a certificare.

 

“Il sangue è vita “ recita Dracula.

 

Un detto della cultura regionale del Sud dice a proposito di chi provi una passione travolgente verso un altro “mi fai sangue” sento il sangue ribollirmi”, etc le varie metafore sul sangue. E’ un modo, tradotto dalle culture e dalle lingue che associa al sangue il concetto di desiderio e di passione, ma certo anche ultimamente il suo opposto.

 

Per anni, prima della diffusione della consapevolezza delle trasmissioni virali, il sangue ha rappresentato   l’affermazione della vita, della passionalità.

 

Ancora una volta ci troviamo a contatto con la necessità che il corpo

Racconti, che parli, che narri di storie di passioni travolgenti, suadenti, deludenti, struggenti.

Del resto è come se qualcosa oltrepassasse la soglia dell’epidermide per raggiungere l’altro, un messaggio segreto che arriva.

 

In un articolo apparso su “il cinemante” cartaceo a firma G. Mori, l’autore parla di un equilibrio impossibile tra caos ed ordine, associando in questa dicotomia istinti sessuali e valori familiari.

Sempre Mori introduce il riferimento al codice Hays e la sua famosa X (soltanto per adulti) in altre parole la censura, il limite.

 

Al limitare, che sia quello del giorno e della notte, che sia quello dell’inconscio e del conscio, della ragione o dell’irrazionalità, del maschio e della femmina, del bianco e del nero, di Hyde e Jekill, al limitare esiste sempre una zona intermedia, un crepuscolo dove tutto è possibile.

Questo tutto evoca certo gli spettri.

 

Primo tra gli spettri, il più temuto e visitato è quello del “lasciarsi andare alla passione”.

Il tramonto dei romantici, è anche contemporaneamente l’attesa penombra degli amanti, il nascondersi nell’ombra e rubare immagini di sesso agli appartati dei voyeurs, e il rincorrersi tra le penombre di chi sfugge ad un’inquisizione poliziesca tra le fratte.

Il limitare è il luogo psicologico da trasgredire e da temere. La barriera oltre la quale tutto è possibile, certo anche perdersi.

Oltre il negare la sessualità del marito insoddisfatto dalla routine del rapporto matrimoniale e familiare, oltre il negarsi altri ruoli possibili oltre quelli di lavoratore, padre e marito, la oltre c’è il limite di ciò che credo possa contenere la mia insoddisfazione il mio desiderio di trasgredire.

Trasgressione, del chi osa avventurarsi in questa notte fonda, chi osa viaggiare per le terre desolate senza gli opportuni incantesimi?

 

“i vostri incantesimi” recita Dracula, i nostri meccanismi di difesa diremmo col linguaggio psicologico che impediscono al conservatorissimo e reazionario mondo del “come è” di insinuare il dubbio del “come voglio che sia”, del come sarà.

 

Parliamo dunque del disagio di chi in cerca di Sé incontri il confine tra ciò che fino ad oggi ho considerato lecito, e il finora illecito, il non consentito.

Parlo di quei pazienti angosciati dalla propria identità sessuale afflitta dal ruolo e dalle aspettative. Dei mariti e delle mogli insoddisfatte che attendono al crepuscolo con angoscia il desiderio.

Parlo delle donne e degli uomini, che ancora nel 2000 nonostante da 20 anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità non consideri più la sessualità omosessuale come patologia, vivono la sessualità come un dolore e di un peccato.

Vittime di un totalitarismo moralistico privo di fondamento scientifico essi vivono ancora il desiderio e il sesso come l’oscuro diavolo, il demone, il vampiro.

La tradizione filmica del vampiro inizia già nel 1896 con “ Le Manoir du Diable” di Melies, nel 1897 un signore Irlandese, Bram Stoker, scrive Dracula, ma già dal 1886 un signore fino ad allora poco conosciuto agitava l’ipotesi che il dominio della coscienza fosse un po’ più ristretto.

 

Si ventilava l’ipotesi che le “tenebre” dell’inconscio, agissero in modo subdolo e “notturno” sul comportamento degli esseri umani.

Si iniziava ad osare riferire, in un’Europa bacchettona e vittoriana, che le passioni inconfessabili, fossero un modello propulsivo della dinamica psichica, le Pulsioni.

 

Quando Freud inizia il lavoro sulle dinamiche tra Io Es e superIO, il romanticismo della rappresentazione di Eros in versione neoclassica lasciava già il posto al timore che non tutto fosse bianco, ma anche nero.

 

Gli inferi non sono più un luogo “altro” ma una porzione dell’uomo, una struttura nella quale calarsi e confrontarsi.

L’uomo si interroga su se stesso, generando inquietudini alle quali la psicanalisi sembra dare alcune risposte.

Eros e Thanatos, Amore e morte, le nozze di Psiche sono un lungo funerale, sono un luogo di incontro, di relazione e separazione, di piacere e di rinuncia, di passione e lutto.

La mia riflessione tornando alla dicotomia espressa da Gian Marco Mori su sesso/valori familiari, ora può prendere forma: la frustrazione della sessualità, il mancato soddisfacimento lipidico, la rinuncia al sé, la rinuncia al corpo come luogo della scoperta, la rinuncia alla intimità del desiderio, tutto questo ed altro che tipo di valore familiare perpetua e struttura.

 

Un sogno di un uomo di 23 anni, cultura medio alta, studente universitario.

“ Sono in una torre, è la casa dove è nata mia madre, In riva al mare, è il crepuscolo, io capisco che tra un po’ non sarà possibile distinguere il giorno dalla notte, ho capito, mia madre è in pericolo ed io stesso.

Corro lungo i camminamenti della torre, lungo le stanze di tufo, disadorne, non c’è nulla, né mobili, né altro.

Io corro devo arrivare nella cappella, dove il crocifisso e Dio mi difenderanno dal Vampiro, che so che mi insegue. Mi cerca, mi bracca, io lo avverto, mi sente.

Mamma, mamma, corri, scappa in chiesa. Urlo, sono sulla soglia della cappella. E’ enorme, gotica, con i tetti a ogiva, tutta di tufo, sono salvo.. e vedo in quel momento mia madre, bianca, bellissima e triste, stesa sull’altare di pietra con il sangue che si versa dal suo collo alla bocca del Vampiro. Il vampiro mi guarda e ride. Io urlo di orrore, e mi sveglio”

 

E’ un sogno che ha a lungo turbato il paziente, nel parlarne l’emozione era sempre fortissima, la paura, l’orrore.

 

Non è mio interesse entrare in quel lavoro terapeutico, né offrirne un’interpretazione, mi sembra interessante però notare come l’angoscia e la paura siano ancora oggi ben rappresentate da simbolismi quali il vampiro e suoi derivati.

Una simbolica indubbiamente a forte connotazione sessuale, ma con i tratti dell’angoscia che lasciano spazio ad una riflessione sull’irrisolto, su frustrazioni narcisistiche, sulla rinuncia e la competizione.

 

Certo non solo.

 

Un’altra paziente mi dice piangendo “Internet mi succhia i pensieri, viene al crepuscolo, e quando io sono sola e indifesa entra nella mia mente, succhia via me stessa e lascia solo i suoi pensieri sudici e perversi”.

Altro caso certo, di patologia psicologica più grave, è una grave forma di psicosi, ma anche in questo caso “un essere capace di esistere a prescindere dal corpo penetra in me” portando via il controllo della coscienza e lasciando spazio all’inconscio e ai suoi fantasmi.

E’ una fantasia di essere incorporata da un essere potente e grandissimo, che possa come Dracula nei suoi film, attraverso il morso partecipare i suoi poteri straordinari.

Assimilare le qualità altrui attraverso un’incorporazione passiva, l’essere mangiato.

Parliamo di strutture di personalità che non hanno raggiunto una completa individualità, attraverso il lungo e periglioso cammino della integrazione di Sé, e che per esistere necessitano di far parte di un’unione più grande.

Del resto è un fenomeno socialmente e sociologicamente usatissimo. Psicologicamente anche.

 

In modo straordinario i fantasmi sono sempre gli stessi, tutto inizia con un’angoscia di separazione, la perdita dell’oggetto libidico prescelto è la causa della sconfitta, il dolore.

Unico amore dello sterminatore Dracula è Elisabeta, da cui il conte non riesce a separarsi, non rinuncia poiché nella sua vita non ha amato altro.

Bello, certo, romantico vero, ma poco pratico se pensiamo che le prime relazioni oggettuali e necessarie separazioni non sono tra adulti innamorati, non sono tra amanti appassionati, bensì tra un bambino e il proprio genitore di riferimento.

Se il bambino non potrà crescere e differenziarsi, egli succhierà energie a se stesso ed agli altri nel tentativo di resuscitare un oggetto d’amore totalmente appagante ormai morto e sepolto e mummificato.

Il sesso, è uno dei modi, per raggiungere nuovi oggetti d’amore. A volte questi oggetti riescono a diventare soggetti, cioè privati degli aspetti proiettivi gli altri entrano a pieno titolo con il loro carico di diversità nella relazione.

Il sesso e la sua gestione sono anche vissuti come elementi del peccare, del disagio, della condanna morale interiore espressa attraverso la rappresentazione di un tribunale esterno.

La proiezione diremmo sull’esterno di una dinamica punitiva di matrice meravigliosamente interiore.

Ecco la sofferenza, ecco il dolore.

 

L’omosessualità non è certo patologia, come non lo è del resto l’eterosessualità, né gli altri orientamenti in materia di desiderio sessuale. Certo però che i luoghi dell’eros continuano ad essere i luoghi dell’altrui ludibrio e derisione, ed anche spesso della emarginazione e persecuzione.

Accettarne il peso si può, liberare le coscienze dalle sovrastrutture della condanna e coercizione si deve, credo sia uno dei lavori della psicoterapia, uno certo tra i tanti.

Il paziente del sogno della torre, sembra non avere elaborato la separazione dalla madre, la conseguente accettazione del padre come compagno della donna, non rinunciando alla lotta per il possesso dell’oggetto preferenziale d’amore, in realtà non ho il tempo per nuovi investimenti libidici, per nuovi amori che mi offrano un’immagine nuova di me, evito dunque un’autonomia e indipendenza.

La canzone che accompagnava la sua malinconia era “quel che si dice” la storia di un uomo che rinuncia a se ed alla sua vita “perché mammà riposi un po’, ci penso io visto che so….”

 

La signora di Internet, rinuncia a quell’atto di forza che aveva spezzato la simbiosi con la famiglia, e si ricongiunge ad essa rinunciando al proprio mondo erotico e dunque punendosi.

Il vampiro Internet, è la causa di quella inquietudine che la porta alla masturbazione e alle fantasie sessuali; esse sono però da rifiutare, da esorcizzare in questo modo la signora potrà simbolicamente ricongiungersi con il mondo familiare rifiutato e fuggito a 30 anni.

 

 

Il vampiro dunque si nutre di più tipi di sangue:

 

Il ceppo tribale delle BEBARLANGS delle Filippine, ad esempio pratica una sorta di vampirismo psichico. Di notte essi vanno, attraverso il corrispondente del nostro corpo astrale, in cerca di vita. Trovata la vittima essi ne succhiano via l’intera forza vitale.

 

Il vampiro di “Intervista col vampiro” è quasi yuppie degli anni 80 deve essere sempre giovane, bellissimo e potente “Lestat” cinico, ma consapevole della sua natura che è l’unica che possa dargli pace.

Si nutre di sangue umano, ma può nutrirsi anche del topo.

 

Il vampiro di Coppola, è certo l’esaltazione della passione. Molti pazienti che hanno visto il film, si sono identificati col conte passionario e innamorato, con Elisabeta romantica e decisionista.

Interessante notare come nessuno sia interessato ad essere il tradito, sciatto, malvestito “sfigato” agente immobiliare, che pure indulge a un gioco erotico volontariamente.

Egli è colui che per far carriera non segue l’istinto e l’emozione, e colui che per dovere accetta l’indicibile, salvo poi concedersi alla lussuria nella scena di sesso con le vampire, in cui chiaramente era necessario venisse “castrato” da un rapporto orale un po dentato.

Il vissuto del dolore conseguente alla perdita dell’oggetto amato, il terrore e l’angoscia della separazione; la necessità dell’esame di realtà che porti alla consapevolezza del non essere onnipotenti ci appartiene. Del resto è vero che ci appartiene anche il desiderio contrario. Poter essere onnipotenti, decidere tutto di noi, compreso la nostra morte o vita.

 

In alcuni locali degli Stati Uniti, quali il Gauntlet o il Bondage si pratica un particola re tipo di sport: blood SPORT.

Sulla scia di “intervista col vampiro, gli o meglio le aderenti al club si succhiano vicendevolmente il sangue, altri assistono con magliette sporcate dal sangue proprio o di altri.

 

Una moda estrema è quella del farsi assottigliare. Limandoli i denti, fino ad esaltare i soli canini.

 

Moderni Van Helsing, nascono associazioni di ascolto e trattamento del disagio con siti su Internet quali SAFE (Self Abuse Finally End) o SIV SELF INFLICTED VIOLENCE.

 

Anthony Hopkins nel Dracula di Coppola è del resto sia il Prete sia condanna l’eccessivo amore della suicida, consegnandola all’inferno, sia il Van Helsing persecutore.

Una riflessione credo sul ruolo della scienza quando si trova alle prese con la morale sia d’obbligo. Avremo altre occasioni su queste pagine.

Si  sostiene da alcune parti che  una epidemia di rabbia scoppiata  nel 1720 nell’Europa orientale, sia alla base della nascita del mito del vampiro.

IL neurologo J. Gomez Alonzo trova straordinarie le similitudini tra la sintomatologia rabbica  e la iconografia del vampiro.

La ricerca è affascinante, ma credo che vada integrata alla comprensione della paura di sempre dell’uomo delle sue pulsioni inconsce, che trovano ampi tratti di similitudine anche con quella sintomatologia.

Il represso sessualmente teme  la luce sui suoi desideri e li vive nella notte della ragione, il la sessualità negata si rifugia nei sogni e vive la notte come il vampiro essa penetra nei nostri letti e ci possiede.

Ci si chiede se dopo un po, senza Van Helsing, in un mondo di soli vampiri dove sarebbe stato trovato il sangue?

Ma il gioco è questo, lo stesso, tra Totem e Tabù, tra lecito e illecito, tra nero e bianco.

Certo Edipo ed il resto non sarebbe stato se Laio non avesse interrogato il fato, il Vampiro non sarebbe stato se il prete ortodosso non avesse condannato Elisabeta.

 

Il ruolo della conservazione, e della reiterazione dei modelli culturali, è certo quello dell’incantesimo nell’aspetto meno favolistica del termine.

Dura la consapevolezza, durissimo il percorso per l’individualizzazione, certo ma credo sia altrettanto disfunzionale vivere in una bara buia, cercando il solo vivere nel limite, o in una casa piena di croci e d’aglio per sfuggire alla notte.

“Per favore non mordermi sul collo “. Può darsi ma non solo.

 

Dott. Danilo Moncada Zarbo

Psicanalista

 

pubblicato sulla rivista di cinema ilcinemante roma 2000

 

Diritti riservati Cinemante s.r.l.

Gusto e Disgusto dell'oralità " Desiderio e Aspel editore" roma 2002

ANAGNI - Prosegue il ciclo di lezioni-conferenza organizzate dall’Università 3 e dall’Istituto Magistrale Statale “Regina Margherita” di Anagni, con il patrocinio della Provincia di Frosinone e del Comune di Anagni. Prossimo Giovedì 2 aprile dalle 11 alle 13 sul tema “LE RELAZIONI FAMILIARI IN UNA SOCIETA’ COMPLESSA – LA SESSUALITA’ ” Relatore: Dr. DANILO MONCADA ZARBO DI SORIA – PSICOTERAPEUTA IN ROMA

Conferenza Rotary Club dott. Danilo Moncada Zarbo di Soria

Vampiri e Vampirismi

 

Danilo Moncada Zarbo

 

Desiderio ed Aspel editore 2002 Roma

 

Vampiro e Vampirismi.

 

“Esiste un momento della giornata in cui il crepuscolo, limita la definizione di notte e di giorno; è là che inizia il dolore, il terrore, tutto può accadermi, è come una fortissima pressione sul cuore. Il sangue mi scorre velocissimo, il corpo si riempie d’adrenalina, è some se potessi scoppiare”.

Una mia paziente così raccontava, anni fa, di questo forte dolore che nessun esame clinico obiettivo rilevava, il peso sul petto e la sensazione del dover morire che nessun elettrocardiogramma verificava, una sofferenza “vera e reale” ma che nessun macchinario riusciva a certificare.

 

“Il sangue è vita “ recita Dracula.

 

Un detto della cultura regionale del Sud dice a proposito di chi provi una passione travolgente verso un altro “mi fai sangue” sento il sangue ribollirmi”, etc le varie metafore sul sangue. E’ un modo, tradotto dalle culture e dalle lingue che associa al sangue il concetto di desiderio e di passione, ma certo anche ultimamente il suo opposto.

 

Per anni, prima della diffusione della consapevolezza delle trasmissioni virali, il sangue ha rappresentato   l’affermazione della vita, della passionalità.

 

Ancora una volta ci troviamo a contatto con la necessità che il corpo

Racconti, che parli, che narri di storie di passioni travolgenti, suadenti, deludenti, struggenti.

Del resto è come se qualcosa oltrepassasse la soglia dell’epidermide per raggiungere l’altro, un messaggio segreto che arriva.

 

In un articolo apparso su “il cinemante” cartaceo a firma G. Mori, l’autore parla di un equilibrio impossibile tra caos ed ordine, associando in questa dicotomia istinti sessuali e valori familiari.

Sempre Mori introduce il riferimento al codice Hays e la sua famosa X (soltanto per adulti) in altre parole la censura, il limite.

 

Al limitare, che sia quello del giorno e della notte, che sia quello dell’inconscio e del conscio, della ragione o dell’irrazionalità, del maschio e della femmina, del bianco e del nero, di Hyde e Jekill, al limitare esiste sempre una zona intermedia, un crepuscolo dove tutto è possibile.

Questo tutto evoca certo gli spettri.

 

Primo tra gli spettri, il più temuto e visitato è quello del “lasciarsi andare alla passione”.

Il tramonto dei romantici, è anche contemporaneamente l’attesa penombra degli amanti, il nascondersi nell’ombra e rubare immagini di sesso agli appartati dei voyeurs, e il rincorrersi tra le penombre di chi sfugge ad un’inquisizione poliziesca tra le fratte.

Il limitare è il luogo psicologico da trasgredire e da temere. La barriera oltre la quale tutto è possibile, certo anche perdersi.

Oltre il negare la sessualità del marito insoddisfatto dalla routine del rapporto matrimoniale e familiare, oltre il negarsi altri ruoli possibili oltre quelli di lavoratore, padre e marito, la oltre c’è il limite di ciò che credo possa contenere la mia insoddisfazione il mio desiderio di trasgredire.

Trasgressione, del chi osa avventurarsi in questa notte fonda, chi osa viaggiare per le terre desolate senza gli opportuni incantesimi?

 

“i vostri incantesimi” recita Dracula, i nostri meccanismi di difesa diremmo col linguaggio psicologico che impediscono al conservatorissimo e reazionario mondo del “come è” di insinuare il dubbio del “come voglio che sia”, del come sarà.

 

Parliamo dunque del disagio di chi in cerca di Sé incontri il confine tra ciò che fino ad oggi ho considerato lecito, e il finora illecito, il non consentito.

Parlo di quei pazienti angosciati dalla propria identità sessuale afflitta dal ruolo e dalle aspettative. Dei mariti e delle mogli insoddisfatte che attendono al crepuscolo con angoscia il desiderio.

Parlo delle donne e degli uomini, che ancora nel 2000 nonostante da 20 anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità non consideri più la sessualità omosessuale come patologia, vivono la sessualità come un dolore e di un peccato.

Vittime di un totalitarismo moralistico privo di fondamento scientifico essi vivono ancora il desiderio e il sesso come l’oscuro diavolo, il demone, il vampiro.

La tradizione filmica del vampiro inizia già nel 1896 con “ Le Manoir du Diable” di Melies, nel 1897 un signore Irlandese, Bram Stoker, scrive Dracula, ma già dal 1886 un signore fino ad allora poco conosciuto agitava l’ipotesi che il dominio della coscienza fosse un po’ più ristretto.

 

Si ventilava l’ipotesi che le “tenebre” dell’inconscio, agissero in modo subdolo e “notturno” sul comportamento degli esseri umani.

Si iniziava ad osare riferire, in un’Europa bacchettona e vittoriana, che le passioni inconfessabili, fossero un modello propulsivo della dinamica psichica, le Pulsioni.

 

Quando Freud inizia il lavoro sulle dinamiche tra Io Es e superIO, il romanticismo della rappresentazione di Eros in versione neoclassica lasciava già il posto al timore che non tutto fosse bianco, ma anche nero.

 

Gli inferi non sono più un luogo “altro” ma una porzione dell’uomo, una struttura nella quale calarsi e confrontarsi.

L’uomo si interroga su se stesso, generando inquietudini alle quali la psicanalisi sembra dare alcune risposte.

Eros e Thanatos, Amore e morte, le nozze di Psiche sono un lungo funerale, sono un luogo di incontro, di relazione e separazione, di piacere e di rinuncia, di passione e lutto.

La mia riflessione tornando alla dicotomia espressa da Gian Marco Mori su sesso/valori familiari, ora può prendere forma: la frustrazione della sessualità, il mancato soddisfacimento lipidico, la rinuncia al sé, la rinuncia al corpo come luogo della scoperta, la rinuncia alla intimità del desiderio, tutto questo ed altro che tipo di valore familiare perpetua e struttura.

 

Un sogno di un uomo di 23 anni, cultura medio alta, studente universitario.

“ Sono in una torre, è la casa dove è nata mia madre, In riva al mare, è il crepuscolo, io capisco che tra un po’ non sarà possibile distinguere il giorno dalla notte, ho capito, mia madre è in pericolo ed io stesso.

Corro lungo i camminamenti della torre, lungo le stanze di tufo, disadorne, non c’è nulla, né mobili, né altro.

Io corro devo arrivare nella cappella, dove il crocifisso e Dio mi difenderanno dal Vampiro, che so che mi insegue. Mi cerca, mi bracca, io lo avverto, mi sente.

Mamma, mamma, corri, scappa in chiesa. Urlo, sono sulla soglia della cappella. E’ enorme, gotica, con i tetti a ogiva, tutta di tufo, sono salvo.. e vedo in quel momento mia madre, bianca, bellissima e triste, stesa sull’altare di pietra con il sangue che si versa dal suo collo alla bocca del Vampiro. Il vampiro mi guarda e ride. Io urlo di orrore, e mi sveglio”

 

E’ un sogno che ha a lungo turbato il paziente, nel parlarne l’emozione era sempre fortissima, la paura, l’orrore.

 

Non è mio interesse entrare in quel lavoro terapeutico, né offrirne un’interpretazione, mi sembra interessante però notare come l’angoscia e la paura siano ancora oggi ben rappresentate da simbolismi quali il vampiro e suoi derivati.

Una simbolica indubbiamente a forte connotazione sessuale, ma con i tratti dell’angoscia che lasciano spazio ad una riflessione sull’irrisolto, su frustrazioni narcisistiche, sulla rinuncia e la competizione.

 

Certo non solo.

 

Un’altra paziente mi dice piangendo “Internet mi succhia i pensieri, viene al crepuscolo, e quando io sono sola e indifesa entra nella mia mente, succhia via me stessa e lascia solo i suoi pensieri sudici e perversi”.

Altro caso certo, di patologia psicologica più grave, è una grave forma di psicosi, ma anche in questo caso “un essere capace di esistere a prescindere dal corpo penetra in me” portando via il controllo della coscienza e lasciando spazio all’inconscio e ai suoi fantasmi.

E’ una fantasia di essere incorporata da un essere potente e grandissimo, che possa come Dracula nei suoi film, attraverso il morso partecipare i suoi poteri straordinari.

Assimilare le qualità altrui attraverso un’incorporazione passiva, l’essere mangiato.

Parliamo di strutture di personalità che non hanno raggiunto una completa individualità, attraverso il lungo e periglioso cammino della integrazione di Sé, e che per esistere necessitano di far parte di un’unione più grande.

Del resto è un fenomeno socialmente e sociologicamente usatissimo. Psicologicamente anche.

 

In modo straordinario i fantasmi sono sempre gli stessi, tutto inizia con un’angoscia di separazione, la perdita dell’oggetto libidico prescelto è la causa della sconfitta, il dolore.

Unico amore dello sterminatore Dracula è Elisabeta, da cui il conte non riesce a separarsi, non rinuncia poiché nella sua vita non ha amato altro.

Bello, certo, romantico vero, ma poco pratico se pensiamo che le prime relazioni oggettuali e necessarie separazioni non sono tra adulti innamorati, non sono tra amanti appassionati, bensì tra un bambino e il proprio genitore di riferimento.

Se il bambino non potrà crescere e differenziarsi, egli succhierà energie a se stesso ed agli altri nel tentativo di resuscitare un oggetto d’amore totalmente appagante ormai morto e sepolto e mummificato.

Il sesso, è uno dei modi, per raggiungere nuovi oggetti d’amore. A volte questi oggetti riescono a diventare soggetti, cioè privati degli aspetti proiettivi gli altri entrano a pieno titolo con il loro carico di diversità nella relazione.

Il sesso e la sua gestione sono anche vissuti come elementi del peccare, del disagio, della condanna morale interiore espressa attraverso la rappresentazione di un tribunale esterno.

La proiezione diremmo sull’esterno di una dinamica punitiva di matrice meravigliosamente interiore.

Ecco la sofferenza, ecco il dolore.

 

L’omosessualità non è certo patologia, come non lo è del resto l’eterosessualità, né gli altri orientamenti in materia di desiderio sessuale. Certo però che i luoghi dell’eros continuano ad essere i luoghi dell’altrui ludibrio e derisione, ed anche spesso della emarginazione e persecuzione.

Accettarne il peso si può, liberare le coscienze dalle sovrastrutture della condanna e coercizione si deve, credo sia uno dei lavori della psicoterapia, uno certo tra i tanti.

Il paziente del sogno della torre, sembra non avere elaborato la separazione dalla madre, la conseguente accettazione del padre come compagno della donna, non rinunciando alla lotta per il possesso dell’oggetto preferenziale d’amore, in realtà non ho il tempo per nuovi investimenti libidici, per nuovi amori che mi offrano un’immagine nuova di me, evito dunque un’autonomia e indipendenza.

La canzone che accompagnava la sua malinconia era “quel che si dice” la storia di un uomo che rinuncia a se ed alla sua vita “perché mammà riposi un po’, ci penso io visto che so….”

 

La signora di Internet, rinuncia a quell’atto di forza che aveva spezzato la simbiosi con la famiglia, e si ricongiunge ad essa rinunciando al proprio mondo erotico e dunque punendosi.

Il vampiro Internet, è la causa di quella inquietudine che la porta alla masturbazione e alle fantasie sessuali; esse sono però da rifiutare, da esorcizzare in questo modo la signora potrà simbolicamente ricongiungersi con il mondo familiare rifiutato e fuggito a 30 anni.

 

 

Il vampiro dunque si nutre di più tipi di sangue:

 

Il ceppo tribale delle BEBARLANGS delle Filippine, ad esempio pratica una sorta di vampirismo psichico. Di notte essi vanno, attraverso il corrispondente del nostro corpo astrale, in cerca di vita. Trovata la vittima essi ne succhiano via l’intera forza vitale.

 

Il vampiro di “Intervista col vampiro” è quasi yuppie degli anni 80 deve essere sempre giovane, bellissimo e potente “Lestat” cinico, ma consapevole della sua natura che è l’unica che possa dargli pace.

Si nutre di sangue umano, ma può nutrirsi anche del topo.

 

Il vampiro di Coppola, è certo l’esaltazione della passione. Molti pazienti che hanno visto il film, si sono identificati col conte passionario e innamorato, con Elisabeta romantica e decisionista.

Interessante notare come nessuno sia interessato ad essere il tradito, sciatto, malvestito “sfigato” agente immobiliare, che pure indulge a un gioco erotico volontariamente.

Egli è colui che per far carriera non segue l’istinto e l’emozione, e colui che per dovere accetta l’indicibile, salvo poi concedersi alla lussuria nella scena di sesso con le vampire, in cui chiaramente era necessario venisse “castrato” da un rapporto orale un po dentato.

Il vissuto del dolore conseguente alla perdita dell’oggetto amato, il terrore e l’angoscia della separazione; la necessità dell’esame di realtà che porti alla consapevolezza del non essere onnipotenti ci appartiene. Del resto è vero che ci appartiene anche il desiderio contrario. Poter essere onnipotenti, decidere tutto di noi, compreso la nostra morte o vita.

 

In alcuni locali degli Stati Uniti, quali il Gauntlet o il Bondage si pratica un particola re tipo di sport: blood SPORT.

Sulla scia di “intervista col vampiro, gli o meglio le aderenti al club si succhiano vicendevolmente il sangue, altri assistono con magliette sporcate dal sangue proprio o di altri.

 

Una moda estrema è quella del farsi assottigliare. Limandoli i denti, fino ad esaltare i soli canini.

 

Moderni Van Helsing, nascono associazioni di ascolto e trattamento del disagio con siti su Internet quali SAFE (Self Abuse Finally End) o SIV SELF INFLICTED VIOLENCE.

 

Anthony Hopkins nel Dracula di Coppola è del resto sia il Prete sia condanna l’eccessivo amore della suicida, consegnandola all’inferno, sia il Van Helsing persecutore.

Una riflessione credo sul ruolo della scienza quando si trova alle prese con la morale sia d’obbligo. Avremo altre occasioni su queste pagine.

Si  sostiene da alcune parti che  una epidemia di rabbia scoppiata  nel 1720 nell’Europa orientale, sia alla base della nascita del mito del vampiro.

IL neurologo J. Gomez Alonzo trova straordinarie le similitudini tra la sintomatologia rabbica  e la iconografia del vampiro.

La ricerca è affascinante, ma credo che vada integrata alla comprensione della paura di sempre dell’uomo delle sue pulsioni inconsce, che trovano ampi tratti di similitudine anche con quella sintomatologia.

Il represso sessualmente teme  la luce sui suoi desideri e li vive nella notte della ragione, il la sessualità negata si rifugia nei sogni e vive la notte come il vampiro essa penetra nei nostri letti e ci possiede.

Ci si chiede se dopo un po, senza Van Helsing, in un mondo di soli vampiri dove sarebbe stato trovato il sangue?

Ma il gioco è questo, lo stesso, tra Totem e Tabù, tra lecito e illecito, tra nero e bianco.

Certo Edipo ed il resto non sarebbe stato se Laio non avesse interrogato il fato, il Vampiro non sarebbe stato se il prete ortodosso non avesse condannato Elisabeta.

 

Il ruolo della conservazione, e della reiterazione dei modelli culturali, è certo quello dell’incantesimo nell’aspetto meno favolistica del termine.

Dura la consapevolezza, durissimo il percorso per l’individualizzazione, certo ma credo sia altrettanto disfunzionale vivere in una bara buia, cercando il solo vivere nel limite, o in una casa piena di croci e d’aglio per sfuggire alla notte.

“Per favore non mordermi sul collo “. Può darsi ma non solo.

 

Dott. Danilo Moncada Zarbo

Psicanalista

 

pubblicato sulla rivista di cinema ilcinemante roma 2000

conferenza sul vampirismo

 

 

 

 

 

 

 

Il modo che in cui i genitori trattano i propri figli è spesso il risultato di come essi stessi o solo uno di loro furono trattati da bambini.
Modelli familiari sempre così difficili da elaborare perché richiedono un doloroso atto di accusa verso chi amiamo e dichiararne spesso il fallimento. 
La violenza verbale e fisica vissuta in famiglia spesso diventa nei bambini un modello di comportamento aggressivo. L’esperienza descritta in questa vignetta ha un terribile elemento in più. Per ogni giocattolo che il bambino prenderà a
martellate distruggendolo ci sarà sempre un oggetto affettivo interno che andrà in pezzi. Un padre o una madre che perdono il controllo saranno martellate alla struttura della personalità del bambino, ogni oggetto rotto con rabbia fuori corrisponde ad un pezzo del mondo interno del bambino che va in frantumi. 
La perdita delle illusioni infantili, per la incapacità dei genitori alle prese con una catena di rabbia e frustrazione, ha un peso della strutturazione del futuro adulto. Il padre o la madre, le madri o i padri sono coloro che forniscono il nome e il denominatore della realtà. Esseri superiori cui affidarsi perché certi e sicuri, la perdita di questa fiducia è generatore esso stesso di vuoto e autosfiducia. 
Personalmente se osservo una di queste catene intervengo sempre, non lasciamo i bambini soli.

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